Wolfsburg, una città italiana
Festeggiamenti per il 50esimo anniversario dall’arrivo dei primi italiani a Wolfsburg
di Maria Castellana
Wolfsburg, una cittadina al centro della Germania, non è soltanto la sede principale del gruppo industriale della Volkswagen, ma è anche una delle città tedesche che ha scritto un grosso capitolo della storia dell’emigrazione italiana.
A partire dal 1962 e dopo la sottoscrizione dell’accordo bilaterale (Anwerbeankommen, in tedesco, avvenuta nel 1955) fra Italia e Germania per il reclutamento di manodopera italiana, sono arrivati a Wolfsburg fino a 10.000 Gastarbeiter da collocare nei processi di produzione della Volkswagen.
Gastarbeiter, letteralmente “lavoratore-ospite”, è il termine tedesco coniato per definire chi arrivava in Germania per lavorare in modalità transitoria con la prospettiva di ritornare nel proprio Paese di origine.
Un proposito che avevano in mente anche tutti quegli italiani che provenivano soprattutto dalle regioni meridionali (Sicilia, Calabria e Puglia in primis, ma anche Abruzzo, Campania e Basilicata): “restiamo due o tre anni e poi torniamo”. E invece quei due o tre anni sono diventati molti di più, per qualcuno addirittura cinquanta.
1962-2012. 50 anni di Italia a Wolfsburg. La città della Volkswagen ha voluto festeggiare in grande questo compleanno. I festeggiamenti, durati una settimana, si sono conclusi sabato 21 gennaio con una festa organizzata dall’Agenzia Consolare, dall’Istituto Italiano di Cultura e dall’Ufficio Integrazione della città di Wolfsburg.
Il Centro Congressi di Wolfsburg è stato trasformato per un giorno in una cittadella italiana costellata da una serie di stand gastronomici e
informativi allestiti rispettivamente dai circoli culturali regionali e da diverse associazioni cittadine. Il fitto programma comprendeva, fra l’altro, anche visite guidate in pullmann attraverso i luoghi della città che hanno segnato la presenza degli italiani, come i primi accampamenti dei lavoratori italiani e il successivo quartiere italiano oggi sede di uffici della Volkswagen, oppure la scuola paritaria bilingue “Leonardo da Vinci”, Piazza Italia con i suoi negozi italiani e l’Istituto Italiano di Cultura.
Infine il monumento a “L’emigrante”, una scultura in bronzo realizzata dall’artista Quinto Provenzano e posta davanti al piazzale della stazione, che rende omaggio alle migliaia di lavoratori giunti a Wolfsburg, soprattutto italiani, ma anche di altre nazionalità.
Non poteva mancare la proiezione di un film classico per l’italiano all’estero, Pane e Cioccolata (1973) del regista Franco Busati, con Nino Manfredi. L’ universalità del linguaggio di questo semplice, ma allo stesso tempo profondo film, tocca tematiche che riguardano chiunque scelga di prendere in mano una valigia e percorrere la strada dell’emigrante, indipendentemente dal fatto che si tratti di cinquanta, trenta o qualche anno fa.
Il film è stato accompagnato da un breve incontro con Erminia Ferrari, vedova di Nino Manfredi, che, oltre a ricordare alcuni episodi delle riprese del film in Svizzera, ha lodato lo sforzo esemplare con cui, nel corso di questi cinquanta anni, gli italiani di Wolfsburg sono riusciti ad integrarsi nel tessuto cittadino impregnandone l’immagine con il tipico flair italiano. La signora Ferrari ha ricordato quanto l’italiano di oggi abbia dimenticato di essere stato egli stesso per decenni migrante e ha invitato a “non emigrare dalla nostra anima”, come piaceva dire a Nino Manfredi.
(fonte immagine: http://www.meinestadt.de)

