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Web 2.0 e i nuovi paradigmi della formazione

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Web 2.0 e social networking” (Erickson, 2009) a cura di Antonio Fini e Maria Elisabetta Cigognini ci parla del mondo di Facebook, di Linkedin, di Twitter e di come questi strumenti, quotidiani per alcuni meno per altri, siano diventati anche altro. Nelle loro parole capiamo come poter utilizzare queste piattaforme e farli diventare dei nuovi paradigmi per la formazione.

Per gli addetti ai lavori, web 2.0 è ormai la bibbia di internet. Per coloro che si avvicinano alle reti sociali ci potete indicare una definizione?
“Negli ultimi anni effettivamente il termine “web 2.0″ è diventato di uso comune, al punto da essere ripreso spesso anche dai media generalisti e, in alcuni casi, anche in modo eccessivamente sensazionalistico, tipico di un media che parla di un altro media. Difficile comprendere la Rete se raccontata dalla televisione. Anche le definizioni di web 2.0 non si contano, così come le discussioni sulla reale consistenza del termine: c’è infatti chi sostiene, anche giustamente, che il suffisso 2.0 non sia giustiticato dal momento che le tecnologie utilizzate sono sempre le stesse, stessi protocolli, stesso substrato software. E’ un termine moda ovviamente, anzi, di una moda quasi già passata che cerca già altre classificazioni. C’è già chi parlava di web 3.0 due anni fa… Ora si parla web al cubo..
Nonostante queste obiezioni, è innegabile che la trasformazione nel modo di percepire il web da parte del pubblico vi sia stata. Ma se è vero che nelle evoluzione non vi sono muri o gradini, spesso è utile alla comprensione porre dei paletti classificatori. Il web 2.0 è la transizione dal Web come “deposito di informazioni” al Web come “ambiente sociale”, nel quale i contenuti, si badi, non perdono d’importanza. Al contrario, i contenuti divengono una delle caratteristiche chiave del web 2.0, sono gli utenti stessi a crearli. Si può dire che il vero salto dal web di prima generazione alla sua seconda release sia dato dall’assenza di mediazione per l’accesso, la creazione e la fruizione di contenuti. Di qualsiasi voglia natura e in tempo reale. Si pensi ai blog o a servizi come Flickr o YouTube che sono sostanzialmente contenitori in attesa di essere “riempiti” dagli utenti. Proprio il volume degli utenti che concorrono ad incrementare i contenuti nei contenitori costituiscono il modello di business e di vita del 2.0.
L’utente-autore e la dimensione sociale, il web e i suoi servizi come “luogo d’incontro” non sono novità assolute, ma con la semplificazione tecnica offerta dai servizi che abbiamo oggi a disposizione, diventano una possibilità per un numero elevato di utenti.
E’ necessario però evitare toni autocelebrativi: il mondo del web 2.0 implica alcune criticità non banali. Il mito stesso dell’utente-autore è in parte da limitare: non sono poi così tanti coloro che hanno un ruolo veramente attivo, all’opposto la possibilità per chiunque di aggiungere informazioni sul web porta con sé la necessità (per tutti) di sviluppare “difese” contro il cosiddetto information overload, il diluvio informativo che rischia di travolgere chiunque non sia dotato di specifiche competenze anche piuttosto complesse.
Il paradosso è che prima la tecnologia era complessa e per pochi esperti della rete (sia da un punto di vista tecnico, sia da un punto di vista comunicativo), ora è più alla mano, non è mediata, ma necessita di un tipo di expertise e di consapevolezza d’uso che non è nelle mani di tutti, nè risulta essere innato o semplicemente derivante dal condividere le proprie fotografie su Flickr. E’ per questo che servono approcci formativi consapevoli e competenze tutte da costruire.”

Il volume in esame affronta il social networking e tutti quei “nuovi paradigmi per la formazione”. Ce ne parlate brevemente? In che modo entrano in contatto, e che sviluppo hanno, il mondo del web 2.0 e la formazione?
“Usando un’unica espressione, si tratta delle condizioni per cui il lifelong learning diviene possibile: i nuovi paradigmi per la formazione al tempo del 2.0 creano le condizioni per cui sia possibile, per un soggetto adulto e motivato, affrontare efficacemente il proprio percorso di formazione continua, restando inserito nelle reti sociali (professionali, di studio, di interesse) al al di là del singolo corso, master o esperienza lavorativa, e potendo sempre compiere percorsi di auto-formazione, durante, dopo e “oltre” il “corso”.
Negli scorsi anni si è parlato molto in sede internazionale ed europea dei processi di apprendimento formali in relazione agli aspetti degli apprendimenti non-formale e informale, che se condotti in rete acquisiscono una nuova importanza, ampliano il loro potenziale nel loro essere catturabili e monitorabili, e sono più facilmente integrati e recuperati nel proprio percorso formativo.
L’appartenenza alle reti sociali della propria professione, dei propri interessi e hobby costituisce un canale preferenziale per l’aggornamento costante e la costruzione di conoscenza in un’ottica di formazione continua: le esperienze e i prodotti digitali di un soggetto che apprende in rete sono tutti riconducibili ad un’unico spazio formativo, al di là dei singoli ambienti di rete, che fa perno sull’identità digitale del soggetto. In questa visione, non è più la “scatola-corso” a contenere chi appre, ma è il singolo soggetto che si costruisce il suo percorso personale, che colleziona risorse e ambienti di conoscenza a lui utili, che organizza i suoi spazi informativi in base alle sue necessità, supportato e guidato dall’appartenenza alle rispettive reti sociali di riferimento.
Se con il web 2.0 la Rete diviene un unico ambiente in costante evoluzione, gli apprendimenti in rete possono spaziare e svolgersi nei mondi digitali, attingendo da questi peculiarità, potenzialità e criticità specifiche da conoscere, studiare ed approfondire. Questo è uno degli scopi principali del volume, che ha un approccio analitico e strumentale: prendere consapevolezza delle specificità delle reti sociali per un loro uso efficace nei processi formativi, senza incappare nelle “illusioni” tecnologiche già viste nei primi anni dell’e-learning, e con profonda attenzione agli aspetti teorici e metodologici della progettazione formativa, dai principi di learning design alle tecniche di analisi dell’usabilità a quelle delle dinamiche sociali.”

Negli ultimi anni come è cambiato il ruolo e il profilo del blogger? E soprattutto dove sta andando?

“Da più parti si sostiene sempre più frequentemente che l’era dei blog è finita, che oggi la tendenza comunicativa in rete va verso forme più rapide ed essenziali come Twitter o lo “status” di Facebook. I flussi comunicativi sono ormai così intrecciati che non è raro vedere gli stessi contenuti replicati: un twit che passa in Facebook o viceversa, una notifica di un nuovo post nel blog che appare in Facebook o in Friendfeed. I “luoghi in rete” si moltiplicano e nascono nuovi problemi: proprio in questi giorni discutevamo con un collega su “dove” commentare un post? Direttamente sul blog o in Facebook? Certo è più facile discorrere sulla “piazza-Facebook” piuttosto che “andare a trovare” gli amici nelle loro “case-blog”!
Ma la questione è più complessa: nel caso descritto nel nostro libro il blog riveste un un’importanza primaria: è il mezzo comunicativo principale, attraverso il quale si riflette, si propongono iniziative, si discute. Credo che ancora oggi (e molti blogger ne sono convinti) il blog sia un mezzo insostituibile per comunicare in modo più riflessivo e meditato, aldilà della frenesia degli instant messaging e del lifestream di twitter. Sono semplicemente diversi, rispondono a esigenze diverse, possono tranquillamente convivere.
Per quanto concerne l’informazione non-mediata, blogger sono anche un canale espressivo e libero, in italia oggi forse l’unico o quasi. Il tam tam che passa nelle reti sociali è più celere e diretto dei canali broadcaster; é l’espressività di una situazione stagnante e opprimente (vedi movimento blogger liberi), mentre in alcune situazioni (vittoria usa di obama) sono strumenti di comunicazione decisivi. Ma per arrivare a questo in Italia abbiamo un problema di bacino d’utenza incredibile: la popolazione digitale italiana è ancora ben lontana dal rappresentare la popolazione reale, l’e-democracy è un punto d’arrivo per ora distante, che certo la forza dei blogger contribuisce ad avvicinarla.
Per la diffusione della conoscenza: i blog sono luoghi di scambio di riflessione e conoscenza veloce, ben più veloce rispetto alla pubblicazione di journal o chapter in libri costosi e inaccessibili. Sono lo spazio dove circola la conoscenza dei ricercatori, e la maggior parte dei blog di ricercatori ed esperti è il primo punto informativo anche per il pubblico di non addetti ai lavori o studenti novizi.
Certo ci sono notevoli criticità: pesante overload informativo (come seguire centinaia di blog, magari commentando?), tendenza all’auto-raccontarsi, esibizionismo intellettuale. Ma il lifelong learner consapevole sviluppa in fretta spirito critico e capacità di discernimento; è per questo che gli approcci formativi alla rete e al social networking sono cruciali, servono buoni lettori per buoni blogger.”

Facebook, Linkedin, Twitter, Myspace per citare i più vissuti dal popolo di intertnet. Quali i pregi e quali i rischi di questo mondo parallelo?

“Uno dei rischi è proprio quello di considerarli mondi paralleli, e di popolarli senza considerare che gli elementi caratteristici sono i medesimi della vita reale: affidabilità e veridicità delle informazioni, privacy e tutela dei propri livelli di visibilità nella condivisione delle informazioni e risorse, processi di costruzione dell’identità, dinamiche che favoriscono o al contrario inibiscono la partecipazione. Le reti sociali digitali amplificano e dilatano gli stessi elementi e gli stessi meccanismi del mondo reale: diversi studi affermano che solo una piccola parte della propria rete sociale digitale è estranea alle relazioni intraprese nella vita di tutti i giorni; l’errore è entrare in un ambiente di rete con leggerezza, non pensando che le informazioni condivise siano staccate e indipendenti rispetto alla propria identità digitale.
Molti settori professionali fanno correre il tam tam delle proposte lavorative solo su Linked-in, mentre artisti e cantanti usano gli ambienti sociali in rete (MySpace, Facebook) per dialogare direttamente con i propri fan e l’uso di Twitter supera la precisione e la celerità di informazione delle ansa. Nessuno di noi però si sognerebbe mai di lasciare un 12enne attaccato ad un computer (magari in un gioco virtuale online collaborativo) a trascorre le sue giornate e serate sviluppando una socialità virtuale, così come non lo si dovrebbe lasciare ugualmente inebetito e passivo davanti alla televisione (senza neppure il beneficio dell’interazione sincrona a distanza). Se buon senso e moderazione dovrebbero correre sul filo dell’equilibrio in ogni mondo, è altrettanto importante sviluppare competenze e abilità specifiche per un uso consapevole delle reti sociali, che non trascurino le peculiarità e le specificità di cui si è parlato prima, soprattutto non prescindendo dal necessario supporto formativo per l’acquisizione di tali compenteze, processo tutt’altro che banale.”

In che modo avete trattato l’aspetto importante dell’e-learning in relazione al web 2.0?
“Come già detto, i processi formativi e di apprendimento sono parte integrante delle azioni e dell’uso consapevole che si fa degli ambienti di social networking. L’e-learning, dopo tanta teoria sugli apprendimenti collaborativi che però restavano imbrigliati nei profili di una piattaforma e-learning proprietaria (nel senso informatico del termine o di un’istituzione formativa), fa spaziare ora i suoi processi di apprendimento ( in serendipity, auto-apprendimento o collaborativi) nella Rete, dagli ambienti tipo PLE come l’esempio di LTEver del libro o gruppi di apprendimento in Facebook, poggiandosi proprio sui gruppi sociali come nodi di conoscenza: un singolo soggetto entra in contatto con altri soggetti della rete, per cui le conoscenze non sono date solo dai contenuti quanto dal saper percorrere i legami fra i contenuti e, soprattutto, i partecipanti. E’ un po’ l’essenza della corrente di pensiero del connettivismo, proposta da George Siemens e da noi spesso ripresa (anche in modo critico) per spiegare i meccanismi che sono alla base delle modalità di apprendimento (solo in parte nuove, ma con grandi possibilità di sviluppo) che si possono riscontrare tra gli “abitanti” del social web.”

Antonio Fini è insegnante, consulente e formatore. Collaboratore del Laboratorio di Tecnologie dell’educazione dell’Università di Firenze e docente in Master e corsi postlaurea, è dottorando di ricerca in «Telematica e Società dell’Informazione». Il suo blog, www.fininformatica.it, è parte integrante della sua attività di ricerca.

Maria Elisabetta Cigognini collabora come consulente e progettista e-learning in ambito aziendale e universitario dal 2003. Dopo il master in «Progettista e gestore della formazione in rete» dell’Università di Firenze consegue il dottorato di ricerca in «Telematica e Società dell’Informazione» nel 2008, sul tema della gestione della conoscenza personale in rete (PKM – Personal Knowledge Management). Fra i suoi interessi di ricerca gli usi formativi degli ambienti di social networking e l’e-knowledge.

Autore: Antonio Fini – Maria Elisabetta Cigognini (a cura di) – Elvis Mazzoni – Gisella Paoletti – Paola Ponti – Sara Rigutti
Titolo: Web 2.0 e social networking. Nuovi paradigmi per la formazione
Editore: Erickson centro studi
Anno di pubblicazione: 2009
Prezzo: 19,50 euro
Pagine: 186

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