Viaggio in un paese in guerra
Colombia: un paese che combatte una guerra che non è più guerra.Ci sono conflitti che una volta iniziati sembrano non voler terminare mai. Normalmente sono le guerre dimenticate, quelle di cui nessuno parla e sono quasi sempre ignorate, semplicemente perché col tempo tutto diventa normale. È lo stesso asse temporale – troppo ampio per essere raccontato – a normalizzare il tutto. Non si parla di quelle guerre non perché non facciano notizia ma semplicemente perché non c’è la notizia! Spesso capita di attraversare il conflitto, viverci nel mezzo e quasi non farci caso. Quando uno scontro è vecchio di quarantacinque anni o più, cosa c’è da raccontare? Il conflitto quasi sembra essere il mantenimento dello stasus quo.
Mi sono accorta di attraversare un paese in guerra semplicemente perché c’erano posti di blocco in ogni dove. Era Pasqua e percorrevo il sud della Colombia. Ipiales-Popayan 221km, otto ore di strada sferrata e una decina di posti di blocco a cui fermarsi per perquisizioni, ispezione bagagli, controllo documenti. Il primo alt è sempre il più difficile. Improvvisamente ci si ricorda che nel paese c’è la guerra. Il primo pensiero inevitabilmente è: sono militari, paramilitari o guerriglieri? In un paese in cui tutti indossano la mimetica non sono facili i distinguo. I primi a dover scendere sono gli uomini, los cavalleros: talvolta è comodo il maschilismo, pur se goffo! La notizia dei giorni precedenti era l’arresto di due donne in territorio ecuadoregno, trasportavano (o meglio indossavano) esplosivo!
Guardano i documenti, frugano nelle borse, parlano di passaporti italiani e del desiderio di tornare a Genova, per riabbracciare i fratelli: sono soldati! Come un copione già visto la storia si ripete a tutti i posti di blocco. Nariño, Cauca, Valle del Cauca, regioni a sud de la Colombia controllate dall’esercito e quindi territori “pacificati”. Ma la paura è tanta. Non per la mancanza di sicurezza, anzi per l’eccessiva sicurezza! Eppure durante le feste città quali Popayan, Cali, siti archeologici come Tierradentro e San Agustìn sono gremiti di turisti, soprattutto stranieri. Infondo la guerra la si combatte in altre zone. In particolare nelle zone amazzoniche, dove i confini sono più labili, dove la frontiera è un fiume che è sempre stato un elemento di unione più che di disunione tra i tanti popoli che abitano il sud della Colombia e il nord dell’Ecuador e del Perù.
Dal 1964 -anno della costituzione delle Farc-Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia- ad oggi si contano 300.250 morti. A questi vanno aggiunti i desaparecidos, gli scomparsi, quelli di cui nessuno sa nulla e la terra sembra aver ingurgitato: si tratta di giornalisti, attivisti umanitari, sindacalisti e oppositori politici. 50 sindacalisti uccisi in media ogni anno, un record impressionante!
Distinguere i buoni dai cattivi è impresa impossibile in tutte le guerra ma in Colombia neppure le divise hanno un senso: militari, paramilitari, guerriglieri tutti sono di verde-grigio vestiti, tutti indossano la mimetica e a volte solo le calzature sono l’elemento di differenziazione. Normalmente prima di un qualsiasi blitz simboli e fasce sono rimossi, per agire nell’anonimato. Così per attribuire le responsabilità – quando si ha voglia di farlo – ci si avvale di particolari. I guerriglieri sono soliti indossare stivali di gomma, in stile campesino, i militari e i paramilitari anfibi. Indizi che sembrano giocare un ruolo importante – per i difensori dei diritti umani – nell’individuazione delle responsabilità per la strage del 26 agosto scorso ai danni della comunità indigena degli Awá, le cui terre sono particolarmente ricche e fertili.
Tra il 2000 e il 2001 è stata segnalata una media di 20 morti al giorno, l’80 per cento causate dai gruppi paramilitari ed il 20 per cento dalla guerriglia. Inoltre 300mila persone, in particolare campesinos, indigeni e afrodiscendenti, hanno abbandonato le proprie abitazioni a causa delle violenze. Nello stesso anno morivano 14 difensori dei diritti umani e 164 sindacalisti. Nel 2002 in seguito all’elezione del nuovo discusso presidente Álvaro Uribe Vélez, la situazione è peggiorata per la rottura da parte di quest’ultimo del processo di pace con le Farc. Nello stesso periodo il presidente ha inaugurato il Plan Patriota, intensificando la campagna militare contro i guerriglieri, estendendo il servizio di leva e aumentando le voci del bilancio statale per la difesa fino a 3.5 miliardi di euro.
Il computo delle parti belligeranti è quanto mai arduo: 200.000 soldati regolari, 120.000 poliziotti e diversi gruppi paramilitari tra cui 16.000 unità nelle Auc-Autodifese Unite per la Colombia, comandate da Carlos Castaño; 20.000 uomini compongono le Farc e 3.500 l’Esercito di Liberazione Nazionale-Eln. Il rischio di una guerra totale contro la guerriglia ha causato il panico. Su una popolazione di 46milioni di abitanti si contano 3 milioni di sfollati interni. Secondo Amnesty tra il 2007 e il 2008 più di 1.492 civili sono stati uccisi e più di 182 sono state le vittime di sparizioni forzate, l’anno recedente i civili uccisi erano stati 1.348 e i desaparecidos 119. Nello stesso periodo 296 persone sono state vittime di esecuzioni extragiudiziali da parte delle forze di sicurezza.
Nel 2003 il governo del presidente Uribe e i paramilitari dell’Auc hanno iniziato a negoziare per il disarmo di mille unità, primo passo verso la completa smilitarizzazione dei gruppi paramilitari. Il processo di smobilitazione prevede la consegna delle armi da parte di questi ultimi, talvolta attraverso fastose cerimonie pubbliche. Parte dei paras restano comunque attivi. Tra il giugno 2007 e il 2008 circa 461 uccisioni sono state attribuite ai paramilitari, l’anno precedente i morti per mano paramilitare erano 233. Ma il problema principale resta il pericolo di impunità. Il processo, infatti, prevede una reintegrazione degli smobilitati attraverso una ricollocazione degli stessi tra le file dell’esercito ufficiale. Un po’ come un cane che si morde la coda la Colombia offre ai suoi criminali di guerra la possibilità di continuare l’operato, ma con la fedina penale pulita!
Più di 130.000 vittime della violenza paramilitare hanno fatto richiesta ufficiale di risarcimento nell’ambito del Processo Justicia y Paz. Circa 2.492 corpi di vittime di sparizioni forzate da parte dei paramilitari sono stati esumati dalle autorità in 2.043 fosse. Attualmente i resti di 581 vittime sono stati identificati e restituiti alle famiglie. Le esumazioni sono state caratterizzate da gravi irregolarità, rendendo più difficile identificare sia le vittime sia i carnefici. Il processo in corso consente ai paramilitari che hanno deposto le armi di beneficiare di significative riduzioni di pena in cambio della confessione di violazioni dei diritti umani e del risarcimento alle vittime. Tuttavia, molti paramilitari eludono la giustizia e altri non collaborano pienamente con i tribunali del Processo Giustizia e Pace, in particolare non hanno restituito le terre di cui si erano appropriati. Nel corso del processo circa 70 membri del Congresso sono finiti sotto indagine per presunti legami con gruppi paramilitari.
In seguito agli attentati dell’11 settembre la Colombia è stata inclusa nella lista degli obiettivi della “campagna antiterrorismo”. Questo ha cambiato le regole del gioco. Il diritto interno colombiano, così come di diritto internazionale, non permettevano ad uno stato straniero l’intervento diretto nelle faccende interne di un paese e quindi del conflitto. Si assiste così alla seconda fase del Plan Colombia. Lanciato dell’agosto del 2000 dall’allora presidente Pastrana, il Plan Colombia prevedeva lo sradicamento di 60.000ettari di coltivazioni di coca, attraverso la creazione di tre battaglioni antidroga, addestrati ed equipaggiati da forze speciali USA, con l’obiettivo di indebolire economicamente la guerriglia e i narcotrafficanti invece di affrontarli sul campo di battaglia, essendo il controllo del narcotraffico la fonte economica prima che alimenta il conflitto stesso.
Il nuovo Plan Colombia prevede un intervento più incisivo da parte delle forza statunitensi contro i terroristi colombiani. Le fumigazioni per l’estirpazione della coca hanno avuto effetti deleteri non solo sulle culture illegali ma anche su quelle legali. La coca sembra infatti più resistente agli erbicidi, mentre la yuca o i cereali -fondamentali per l’alimentazione locale- ne risentono maggiormente; così come il suolo e le falde acquifere del vicino Ecuador. Secondo uno studio congiunto delle principali università ecuadoregne – la Católica de Quito e la Central del Ecuador – le fumigazioni hanno causato un incremento delle patologie respiratorie, gastrointestinali e dermatologiche, e un aumento di aborti spontanei e malformazioni infantili nella zona interessate. Il persistere di esse rende, inoltre, difficile la realizzazione di programmi di sviluppo di coltivazioni alternative già di per sé ardue, perché meno proficue. Non sono rare manifestazioni in massa da parte di intere comunità che si riversano in blocco oltrefrontiera. Era l’agosto del 2007 quando San Lorenzo, villaggio del Nord Ecuador, abituato ad accogliere profughi colombiani, è stato letteralmente invaso da una comunità di cocaleros che chiedevano un aiuto concreto per lo sviluppo di coltivazioni alternative. 300 persone in poche ore: una situazione davvero difficile!
Uribe dopo il secondo mandato ottenuto nel 2006, in seguito ad una modifica della Costituzione, aveva fatto intendere di volersi ripresentare alle elezioni del 2010. Con tempi record, infatti, il parlamento ha approvato un progetto di legge che ammetterebbe lo svolgimento di un referendum costituzionale al fine di consentire un terzo consequenziale mandato presidenziale. Se in tempi molto più che celeri la Corte Costituzionale avesse approvato il referendum, i colombiani avrebbero potuto scegliere di rieleggere per la terza volta Álvaro Uribe. Il vaglio popolare e l’influenza A hanno frenato per un po’ il presidente, di cui non si conoscevano palesemente le reali volontà, ma famosa è stata la battuta di Obama: «Negli Usa due mandati sono sufficienti», rivolta al suo omologo colombiano durante il loro primo incontro ufficiale. Ora però la Corte Costituzione ha frenato a corsa del presidente: terzo mandato inammissibile. Il nuovo candidato è Manuel Santos, 58 anni, ex ministro della Difesa, e soprattutto delfino del grande capo.