Via dei matti numero zero
Franco Basaglia, a trent’anni dalla scomparsa, rimane nella storia degli ultimi decenni.
Non vogliamo ripercorrere la sua biografia, rinfrescata peraltro da una fiction televisiva di recente messa in onda, ma provare a delineare la svolta che ha impresso. Non soltanto le buone pratiche messe in atto nelle sue esperienze a Gorizia prima ed a Trieste poi, ma pure il lavoro estenuante che ha portato all’approvazione nel 1978 della legge 180 (conosciuta giustamente come legge Basaglia, dato che egli ne fu artefice e promotore indefesso).
“Chiusura dei manicomi” fu la formula usata come estrema sintesi per la sua divulgazione: in verità le cose erano e sono più complesse. I manicomi erano intesi come veri e propri luoghi di detenzione, dove internare i malati mentali e rimuoverli dal consesso civile. E senza tanti complimenti: camicie di forza ed elettroshock costituivano corollario essenziale del trattamento (il termine “terapia” era pudicamente risparmiato…). I “matti” erano persone segnate da una radicale alterità agli occhi dell’opinione pubblica, entità pericolose da internare e magari gettare la chiave; tanto il solo ipotizzarne un reinserimento sociale provocava un pervicace scetticismo.
In quegli anni prendeva piede la corrente dell’antipsichiatria (pensiamo a David Cooper o a Ronald Laing) che ribaltava completamente questa logica, andando a scandagliare tutti quei focolai di disagio sociale dei quali spesso la malattia mentale diviene il sintomo finale. In parallelo si avviava una riflessione più ampia sulle istituzioni segreganti; tutta l’opera di Michel Foucault (da “Sorvegliare e punire”) e di Erving Goffmann (“L’istituzione totale”) procurava una sempre più estesa messa in discussione del carattere salvifico delle strutture detentive, dai manicomi alle carceri. Pensiamo, in ambito legislativo, alla dirompenza della legge 663 approvata nel 1986, conosciuta come legge Gozzini, che introduceva nel codice penitenziario la possibilità di pene alternative alla detenzione. Parliamo di affidamento ai servizi sociali nel caso di detenuti, parliamo di servizi psichiatrici diffusi nel territorio (le “comunità terapeutiche”) nel caso di disagio mentale; termini ormai entrati nel lessico comune ma che sono frutto di battaglie acerrime contro resistenze e pregiudizi mai del tutto sopiti.
In questo solco possiamo inserire a pieno titolo anche la legge 381 del 1991; quella che istituisce le cooperative sociali, concedendo un regime di agevolazioni tributarie finalizzato all’inserimento lavorativo di categorie svantaggiate. La breccia della legge Basaglia ha aperto il campo ad un approccio diverso al disagio ed alle politiche di inclusione piuttosto che di segregazione. Questo è il suo merito storico. Non, grossolanamente, la negazione del disagio ma l’affermazione di modalità d’intervento più elastiche e più consone, ispirate al rispetto della dignità umana anche delle persone le più disturbate possibile. Senza arrivare a scomodare Cesare Beccaria, sono presupposti di qualunque civiltà giuridica che non è pleonastico affermare e ribadire continuamente poiché soggetti a facile oblìo.
Oggi l’ospedale San Giovanni di Trieste, dove operò Basaglia, è un centro polifunzionale con parco, teatro, museo, addirittura un ristorante gestito da una cooperativa sociale composta da persone provenienti da “categorie svantaggiate”; crediamo che lo psichiatra veneziano sorriderebbe nel rivedere il suo vecchio ospedale!
