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Venezia: imprevedibili Leoni

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Alla Mostra del Cinema n. 68 come ogni anno non sono mancate sorprese e polemiche.

Anime vendute al Diavoloimmigrazione, sentimenti contrastanti e cupi, alieni che arrivano, erotomani alle prese con i propri istinti e le altrui nevrosi, il nastro nascente del cinema dell’estremo Oriente,  zampe di pollo.

E poi ancora fischi, totoleoni che vanno a farsi friggere, una giuria presieduta dal regista Darren Aronofsky (regista di capolavori tra i quali Pi Greco-Il teorema del Delirio, Requiem for a Dream, Il Cigno Nero) che non ha esitato a definire l’orgasmo di Michael Fassbender protagonista (e vincitore della Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile) del film Shame, di Steve McQueen, “il migliore dai tempi di ‘Le notti di Cabiria’”.

Sono rimasti a bocca asciutta il fastidiosamente inflazionato (almeno per chi scrive) George Clooney con il suo Le Idi di Marzo”, tratto dal lavoro teatrale “Farragut North” di Beau Willimon, ennesimo lavoro incentrato sui (soliti?) intrighi politici americani; Killer Joe”, diretto da William Friedkin e anch’esso tratto da una piéce teatrale, stavolta di Tracy Letts, che però sembra abbia già regalato una scena da molti definita “cult”: quella in cui si vede una donna obbligata a simulare sesso orale con una zampa di pollo; infine “Carnage” del controverso Roman Polanski (no, si sono affrettati a dire, questa non vittoria non c’entra niente la spinosa situazione giudiziaria del regista, sulla cui testa pende dal 1977 un’accusa di stupro ai danni di una ragazzina di tredici anni).

E dire che tutte e tre le pellicole citate qui sopra erano date per favorite, ma si sa, in queste manifestazioni, niente è dato per certo fino all’ultimo minuto.

A trionfare, a vincere il Leone d’Oro, è stata la personalissima rivisitazione del “Faust” di Goethe del regista russo Aleksander Sokurov – definito un “film che cambia la vita”.

Una Mostra che ha guardato all’Est: dalla Cina di “People Mountain People Sea” diretto da Cai Shangjun, premiato con il Leone d’Argento per la miglior regia, ai due protagonisti giapponesi del film “Himizo”, insigniti del Premio Mastroianni per attori giovani ed emergenti, a Deanie Ip, Coppa Volpi per la miglior interpretazione femminile, protagonista della pellicola cinese “A Simple Life”, diretta da Ann Hui.

Un festival che ha cambiato le carte in tavola, in barba alle previsioni, alle aspettative, magari un po’ standardizzate, di una buona parte di addetti ai lavori, che, spesso, rischiano di rimanere invischiati in quella sottile tela di ragno che è l’abitudine, il noto – succede anche nel mondo delle Arti, non solo nelle migliori famiglie.

E l’Italia? Credo che il commento migliore, lo abbia dato l’acuto e mai banale Marco BellocchioLeone alla carriera (consegnatogli daBernardo Bertolucci) che ha riassunto con poche ma efficacissime parole la situazione di maggioranza della settima arte in Italia, definita una brodaglia di misere commedie”.

Eppure, a vincere il Premio Speciale della Giuria è stato Terraferma” di Emanuele Crialese (già vincitore, sempre a Venezia, nel 2006 del Leone d’Argento), incentrato sulla caldissima ed attualissima tematica dell’immigrazione, e il miglior cortometraggio è risultato essere l’italiano “In attesa dell’evento” di Felice Dagostino e Arturo Lavorato.

E poi c’è stata la “rivelazione” Gipi (al secolo Gian Alfonso Pacinotti, matita affilata, pungente, taglientissima e talentuosa) con il suo”L’ultimo terrestre” una storia sull’arrivo (e finalmente, dirà qualcuno) degli alieni, “accolti” da un’umanità meschina, violenta e superstiziosa.

Ma c’è già il ricordo cocente dell’umiliazione delle risate durante la proiezione di “Quando la notte”, di Cristina Comencini, un dramma sulla maternità “cattiva” senza volerlo, che tanta ansia ci mette, interpretato da una sempre bellissima (ma come farà?) Claudia Pandolfi eFilippo Timi (basta il nome).

Ha spento i riflettori e messo il tappeto rosso nell’armadio, dunque, questa sessantottesima Mostra del Cinema di Venezia, dove ogni previsione è stata gettata in Laguna con la nonchalance che solo il Lido può avere.

Ma questo è stato l’ostacolo minore; ora tocca al pubblico, quello “normale”, quello che, ci piaccia o meno, decide “davvero” l’immortalitàdi un’opera cinematografica. La vera “corsa al migliore” è appena iniziata.

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