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Velo islamico: questione irrisolta

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La Carfagna: “Offende le donne, vietiamolo”. La Lega applaude.

Che cosa rappresenta il velo islamico? Un simbolo di appartenenza religiosa o un simbolo politico, la repressione della donna o, in quanto libertà religiosa, l’esercizio di un loro diritto? E come comportarsi davanti a una donna “velata”? E’ giusto o no proibirne l’uso nei luoghi pubblici?

I dibattiti intorno a questo indumento nascono anche, e soprattutto, a causa della confusione che spesso si crea intorno all’utilizzo del termine. Confusione che ha origine proprio dall’ambiguità con cui il Corano si riferisce al “velo”:“E dì alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo (hijab) fin sul petto e non mostrare i loro ornamenti”. Sura XXIV An-Nûr (La Luce)

Tale ambiguità ha lasciato spazio nel corso degli anni a tante interpretazioni: la sura del Corano in alcuni casi è considerata una semplice esortazione a condurre una vita modesta e pudica, in altri come una vera e propria imposizione “dall’alto”.

Tanti sono anche i “modelli” di velo che si sono diffusi nei diversi paesi di fede musulmana: in Iran viene indossato il chador, generalmente nero, che indica sia un fazzoletto sulla testa, sia un mantello su tutto il corpo; in Arabia Saudita le donne vestono il niqàb, nero, che copre l’intero corpo femminile, con una fessura all’altezza degli occhi; il burqa, per lo più azzurro e che nasconde tutta la figura, con una griglia all’altezza degli occhi, è indossato dalle donne in Afghanistan; l’haik è bianco e di cotone, copre tutto il corpo, dalla testa ai piedi, ed è diffuso soprattutto in Marocco e Algeria; l’abaya, lungo dalla testa ai piedi, leggero, indossato spesso su jeans e camice è diffuso nel Golfo Persico. E poi c‘è l’hijab, un fazzoletto ampio, di colori diversi, che copre solo orecchie, nuca e capelli.

Un chiarimento storico su quale sia la natura del velo e un approfondimento culturale per spiegare l’origine della variegata terminologia con cui è definito  sarebbero oggi più che mai necessari. In molti paesi sono in corso dibattiti sulla necessità o meno di proibirne l’uso.

In Italia la Lega Nord ha chiesto una modifica della legge 152 del 1975 in materia di “tutela dell’ordine pubblico e identificabilità delle persone” che prevede il divieto di utilizzare “senza un giustificato motivo” caschi o qualsiasi altro tipo di oggetto o indumento che impedisca il riconoscimento della persona. La proposta prevede l’inserimento del velo, prima coperto dal “giustificato motivo dell’affiliazione religiosa, nell’elenco degli oggetti vietati. Alla riforma auspicata dalla Lega, ha fatto poi seguito la proposta del ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna di vietare niqàb, burqa e chador nelle scuole.

Il dibattito sul velo islamico è vivo anche in Egitto. Il grande Imam dell’Universita’, Al-Azhar Mohammed Said Tantawi, durante una visita presso un istituto femminile, ha ordinato a una studentessa di togliere il niqàb spiegando che “Il niqàb, il velo che copre il volto, è una tradizione del tutto estranea all’Islam. “Perché lo porti? Non è religione questa, e io di religione credo di capirne più di te e dei tuoi genitori”. E ancora: “Emanerò una direttiva per proibire l’uso di questo velo in tutte le scuole di Al Azhar. Allieve e insegnanti non potranno più portarlo”. E direttiva fu. A seguito dell’episodio, infatti, il ministro dell’Università’ Hani Hilal ha deciso di vietare alle donne che indossano il niqàb di entrare all’interno delle residenze accademiche. In  passato una norma della stessa portata fu introdotta all’American University de Il Cairo, ma nel 2001 fu poi giudicata incostituzionale.

Secondo il Grande Iman il niqàb non sarebbe dunque un simbolo religioso, ma un’usanza dettata dalle tradizioni locali. Seguendo tale ragionamento il niqàb non dovrebbe pertanto rientrare nella categoria di “indumenti indossati in ragione della propria affiliazione religiosa” citati nel testo di legge della Lega. Ma, ancora, sostenendo la tesi dell’ assenza di connotazione religiosa del velo islamico, verrebbe meno anche quel “giustificato motivo”, presente nella legge 152, che ha permesso fino ad oggi alle donne musulmane di girare liberamente nel nostro Paese con il viso integralmente o parzialmente coperto dal velo.

Foto: http://www.bbc.co.uk/religion/religions/islam/beliefs/niqab_1.shtml

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