Ustica e Bologna
Nella giornata della memoria per le vittime del terrorismo il pensiero torna necessariamente al 1980. Quel 1980.
27 giugno. Alle 20.08 un DC-9 della compagnia aerea Itavia decolla da Bologna, direzione Palermo. L’ultimo contatto radio tra il velivolo e “Roma Controllo” avviene alle 20.58. Sono le 21.04 quando il volo IH870 viene chiamato dalla torre di controllo per l’autorizzazione di inizio discesa su Palermo; nessuna risposta. Solo alle prime luci dell’alba, un elicottero del Soccorso Aereo individua, a nord di Ustica, una macchia oleosa in mare.
Muoiono complessivamente 81 persone, tra passeggeri ed equipaggio, tra i quali 13 bambini. Gli esami autoptici sui 38 corpi rinvenuti (gli altri non saranno mai recuperati) rivelano che l’aereo si è aperto in volo, prima dello schianto.
Grazie alla ricostruzione dei dati contenuti nella scatola nera sappiamo che il volo procedeva in maniera perfettamente regolare. L’ultimo dialogo registrato tra il comandante Domenico Gatti, e il copilota, si interrompe però bruscamente, fatto che invita a pensare che la causa della caduta del DC-9 sia stata improvvisa e repentina. Le ipotesi che immediatamente si prospettano sono fondamentalmente quattro: l’aereo potrebbe essere stato abbattuto da un missile; ci sarebbe stata una collisione (o quasi collisione) con un altro velivolo; potrebbe essere esplosa una bomba a bordo; cedimento strutturale.
A trent’anni dalla strage, nessuna di queste ipotesi è prevalsa con forza sulle altre; il cedimento strutturale è stato praticamente escluso, ma rimangono incerte le cause del disastro aereo, ignoti gli autori. Le indagini svelano che una pagina del registro radar di Marsala risulta strappata in maniera estremamente accurata nel giorno in cui il DC-9 “scompare”. Il giorno dopo “Ustica” i NAR rivendicano con una telefonata al Corriere della Sera l’attentato. Il DC-9 sarebbe stato fatto esplodere con una bomba piazzata nella toielette da uno dei passeggeri, Marco Affatigato membro dei nuclei armati. Affatigato smentisce, è vivo e vegeto, in quei giorni scontava una pena presso il carcere di Ferrara. Nell’88, interviene al telefono, in diretta a Telefono Giallo, trasmissione condotta da Corrado Augias, un anonimo che dichiara d’essere un aviere in servizio a Marsala la notte della sciagura del DC-9: “noi li abbiamo visti perfettamente. Soltanto che il giorno dopo, il maresciallo responsabile del servizio ci disse praticamente di farci gli affari nostri e di non avere più seguito in quella vicenda. [...] la verità è questa: ci fu ordinato di starci zitti”. Gli inquirenti iniziano dunque ad indagare sul traffico aereo, particolarmente intenso, di quella sera. Si prospetta l’ipotesi che più aerei siano stati coinvolti nel disastro. L’indagine si affossa. Intorno alla strage di Ustica gravitano ben 12 morti “sospette”.
2 agosto. Sono le 10.25. Ancora oggi uno dei due orologi che si affacciano sulla piazza adiacente la Stazione Centrale di Bologna, segna quell’ora, come a dire che, quel giorno, in quell’esatto momento, la città si è fermata e che da allora, qualcosa si è indelebilmente rotto. Una valigia sistemata all’interno di un vano portabagagli, in una sala d’attesa colma, sotto il muro portante dell’Ala Ovest. 23 chili di esplosivo di fabbricazione militare. L’intera area crolla, il treno Ancona-Chiasso, in sosta al primo binario, e il parcheggio dei taxi dalla parte opposta, vengono investiti dall’urto.
85 le vittime, 200 i feriti.
All’indomani della tragedia, il Presidente del Consiglio, Francesco Cossiga, e le forze di polizia, attribuiscono lo scoppio a cause fortuite, all’esplosione di una caldaia nel sotterraneo della stazione. Ma trascorrono appena pochi giorni e la matrice terroristica dell’accaduto si palesa. Il 26 agosto la Procura di Bologna emette 28 ordini di cattura nei confronti di altrettanti militanti dell’estrema destra, legati ai Nuclei Armati Rivoluzionari, tra questi Valerio Fioravanti e Francesca Mambro che pur essendosi sempre dichiarati estranei alla strage, vengono condannati all’ergastolo, in quanto esecutori materiali, da una sentenza definitiva della Corte di Cassazione, nel 1995.
Attorno alla strage della stazione di Bologna prende vita una serie infinita di depistaggi che alimentano quella “strategia della tensione” già in atto a partire dalla Strage di Piazza Fontana del ’69. Tra gli svariati episodi citiamo quello messo in atto da alcuni vertici del SISMI, tra cui Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, che fecero in modo che venisse ritrovata all’interno di un treno una valigetta contenente lo stesso tipo di esplosivo utilizzato per la strage del 2 agosto. La valigetta doveva condurre a due estremisti di destra, uno francese e l’altro tedesco, che dovevano essere considerati autori e allo stesso tempo mandanti della strage. Sempre nel 1995, la Corte di Cassazione condanna Licio Gelli, ormai ex capo della P2, Francesco Pazienza, Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, ex agente e ufficiali del Servizio Segreto Militare, per depistaggio nelle indagini. Nel 2000, la Corte d’Assise di Bologna emette quattro nuove condanne per depistaggio, nei confronti di Massimo Carminati, estremista nero, Federigo Mannucci Benincasa, ex direttore del SISMI di Firenze, Ivano Bongiovanni, legato alla destra extraparlamentare, e Luigi Ciavardini.
Nel 1986, infatti, Raffaella Furiozzi, neofascista, testimonia che il fidanzato, Diego Macciò, prima di morire, le aveva confessato che a commettere la strage di Bologna sarebbero stati Fioravanti, Mambro, Nanni de Angelis e Massimiliano Taddeini. Angelo Izzo, uno dei mostri del Circeo, testimonia che se c’erano De Angelis e Taddeini, doveva necessariamente esserci anche Ciavardini, perché i tre erano inseparabili. La testimonianza viene smentita in quanto De Angelis e Taddeini il 2 agosto del 1980 si trovavano in Umbria, impegnati in un torneo di football americano ripreso, tra l’altro, dalle telecamere RAI. Ciavardini, da parte sua, conferma che quel giorno era in compagnia di Fioravanti e Mambro, ma sostiene che si trovavano a Padova. Nel 1980 Luigi Ciavardini era minorenne, nel 2000 dunque, è il tribunale dei minori ad assolverlo dal reato di strage. Due anni dopo, però, la Corte d’Appello di Bologna, sempre sezione minori, ribalta la sentenza e Ciavardini viene condannato a 30 anni in quanto esecutore materiale. Nel 2003 la Cassazione annulla la sentenza di condanna per l’ex Nar, ma l’anno successivo è ancora una volta la Corte d’Appello di Bologna a confermare la condanna a 30anni di reclusione. Ciavardini continua ad oggi a dichiararsi innocente.
Lo scorso 9 maggio si è celebrato al Quirinale, per la terza volta, il giorno della memoria per le vittime del terrorismo. Il Presidente Giorgio Napolitano è tornato in quel giorno a parlare di Ustica e Bologna chiedendo “verità e giustizia”. Grave preoccupazione da parte del Capo dello Stato circa l’eventualità che in tempi di crisi economica possa tornare ad acuirsi lo scontro politico sul campo della violenza estremista. Un pericoloso spettro da debellare, quello del ricorso al terrorismo, del quale, il Presidente lo sottolinea, l’Italia non è immune. Ricordando la strage di Ustica, Napolitano commenta “intrecci eversivi, anche intrighi internazionali che non possiamo oggi non richiamare, insieme con opacità di comportamenti da parte di corpi dello Stato, ad inefficienze di apparati e di interventi deputati all’accertamento della verità”; mentre riguardo Bologna avvisa circa il vicino imporsi di “sviluppi ancora imprevedibili”.
1980. Le stragi di Ustica e Bologna sono lo specchio e il culmine di una stagione politica malata che si esprime attraverso la strategia della tensione. Tra il ’69, la strage di Piazza Fontana viene comunemente considerata il preludio, e il 1984, si innesca in Italia una fase stragista che mira a destabilizzare gli equilibri democratici del paese. Servizi segreti “deviati”, loggia massonica P2, depistaggi e morti sospette, organizzazioni armate di appoggio (dalla banda della magliana ai NAR, alla mafia siciliana), sembrano tutti ingredienti di una stessa strategia, dosati di volta in volta ad hoc. Il collante sarebbe offerto da una “Entità” che regge i fili, politici, della strategia della tensione, la alimenta, decide quando metterla in moto e quando invece battere in ritirata. Un periodo buio, che ancora oggi rimane fondamentalmente oscuro. Da una parte, la richiesta di verità e giustizia che, in un paese ferocemente colpito dalle stragi, viene avanzata a gran voce ormai da trent’anni. Dall’altra rimane l’incapacità pratica, perché compromessa dai depistaggi, di chiudere il capitolo della tensione con un epilogo dettagliato, chiaro, con una attribuzione specifica delle responsabilità e una definizione netta dei reati.
Sembra importante, oggi, tornare su questi temi, tornare ancora una volta su Ustica e Bologna; i parenti delle vittime, la società civile tutta, le istituzioni, sembrano determinate a svelare l’arcano. Ma rimane un rumore di fondo, la sensazione che le indagini siano irrimediabilmente compromesse dai depistaggi che nel corso degli anni hanno reso tutto estremamente nebuloso. E rimane soprattutto un dilemma: l’Italia è pronta a scavare nel marcio della sua storia? A misurarsi con quegli sviluppi imprevedibili dei quali parla il Presidente Napolitano?
