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Università: slitta il Ddl Gelmini

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Le preoccupazioni degli Atenei sulla bagarre istruzione.

Manifestazioni che bloccano le città più importanti d’Italia – quelle che si sono tenute a Roma ne sono un esempio tangibile –, un Disegno di legge che slitta a data da destinarsi, ricercatori che vedono un futuro incerto davanti a loro e studenti universitari che seguono corsi su corsi nelle varie università italiane – dal nord al sud la storia è sempre uguale – che se prima avevano davanti ai loro occhi un futuro pieno di incertezze, ad oggi, lo vedono sfumare ancora di più.

Il Ministro dell’istruzione Maria Stella Gelmini non sembra retrocedere dalla sua posizione iniziale. Sempre più convinta che un cambiamento radicale sia necessario per migliorare la qualità degli insegnamenti, confida nelle parole e nelle promesse del Ministro dell’economia Tremonti, il quale ha ribadito ancora una volta che «per l’università faremo come gli ammortizzatori sociali e cioè metteremo il massimo dei soldi possibili. È un impegno – continua il Ministro – che abbiamo preso già 15 giorni fa».

Ma a quanto pare anche le parole non bastano più. Occorre una presa di posizione. E la Gelmini la sua posizione l’ha presa. Tagli e ancora tagli. L’unica parola che sembra conoscere. L’unica soluzione che sembra aver trovato alla grave crisi che sta colpendo, ormai da anni, il Bel Paese e non solo il mondo universitario (per citarne almeno uno). E allora ecco il nuovo piano: chiudere qualche sede universitaria. Occorre licenziare, no anzi meglio, mandare a casa qualche docente, qualche ricercatore. Ma i posti di lavoro in gioco non sono solo i loro (se si pensa anche a segretari, imprese di pulizia, sicurezza, …).

Il Ministro vuole puntare sulla qualità. Basta con l’università sotto casa a disposizione di qualsiasi giovane neo diplomato che – non potendosi permettere di trasferirsi altrove (pagare un affitto, pagare mezzi di trasporto pubblici, …) –  le preferisce a quelle site a distanze notevoli dal proprio centro abitato.

E allora li attacca: «Mi dispiace constatare che al netto delle differenze politiche, molti giovani non abbiano capito che non è difendendo la quantità dei professori che difendono il loro futuro. L’università – dice Maria Stella Gelmini – non è un ammortizzatore sociale, ma in primo un luogo, un centro di formazione di qualità».

Dunque le sedi distaccate non servono più perché molto dispendiose per gli atenei e per le casse dello Stato: «Qualche università purtroppo è in una situazione di dissesto finanziario. Non a caso la riforma prevede la loro fusione piuttosto che la federazione di Atenei diversi come strumento per favorire una riprogrammazione dell’offerta formativa».

Su 60 mila docenti, 15 mila non serviranno più. Via anche il 20% dei corsi di laurea che già in dieci anni sono passati da 5.835 a 3.234 e sono destinati a ridursi ancora.

E allora chi sacrificare? Al centro del mirino del Ministro dell’istruzione – pronta a colpire non appena il Governo darà il via al suo piano riformatore – ci sono un terzo delle scuole di specializzazione di medicina, già passate da 1.600 a 1.200.

Certamente la Gelmini non ordinerà schiettamente la chiusura degli Atenei e delle sedi distaccate, ma le nuove regole – pronte ad essere discusse (anche se ancora non si sa quando) – renderanno così difficile la loro sopravvivenza che saranno gli Atenei stessi a cedere sotto il peso dell’enorme macigno.

E senza aspettare che arrivi quel “nefasto” giorno, il Politecnico di Torino ha deciso di chiudere – da almeno un anno – le sue sedi distaccate di Mondovi, Biella, Vercelli. Stessa decisione, stessa sorte anche al sud, dove l’università di Catania ha deciso di chiudere ben 10 sedi distaccate: sicuramente quelle con meno di mille studenti (eccezion fatta per situazioni di particolare eccellenza).

Citando poi i “disordini” di questi giorni avvenuti in quasi tutte le università italiane – dove studenti e precari si sono uniti in un’unica grande famiglia per contrastare le sue prese di posizione – il ministro Gelmini ha “ammonito” dicendo che «Chi protesta spesso ha gli occhi rivolti al passato. L’università invece ha bisogno di un profondo cambiamento, di un’impostazione nuova legata alla qualità e la riforma intercetta questa esigenza».

Ammortizzatore sociale oppure no, sta di fatto che studenti, docenti, precari e il Ministro stesso dell’istruzione – almeno da quanto dice – stanno paradossalmente lottando tutti per la stessa cosa: un futuro più roseo per i milioni di giovani che intraprendono la carriera universitaria con la speranza di trovare presto un impiego degno delle loro capacità e dei loro sacrifici, per poter costruire un Paese migliore, dove un lavoro – qualsiasi esso sia – non vada “elemosinato”. Se poi il ministro decidesse di sedere a una tavola rotonda con loro, chissà che le cose non andrebbero meglio per tutti!

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