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Una questione di fiducia

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Monti negli Usa: le parole di Obama, la scommessa di Wall Street e gli ostacoli in Parlamento

Italia e Stati Uniti mai così vicini. Parola di Barack Obama. È un discorso incentrato sulla stima reciproca e sulla collaborazione, quello che va in scena alla Casa Bianca durante l’incontro fra il presidente americano e Mario Monti. Frasi di circostanza, dettate da specifici interessi, o intenzioni ben salde nella testa di chi vuole a tutti i costi uscire da una crisi economica diffusa?

Obama_MontiObama giudica “impressionanti” i progressi fatti registrare da Monti da quando ha assunto la guida dell’Italia. È certo che il premier condurrà il Paese “fuori dalla tempesta” e aggiunge: “Ha preso decisioni rapide e ha cominciato a recuperare subito la fiducia degli italiani, dell’Europa e dei mercati. Ha il nostro appoggio. Faremo di tutto per contribuire alla stabilizzazione dell’eurozona”.

In merito alla crisi che affligge l’Europa, Obama ribadisce la necessità di creare un firewall a protezione dell’euro. Un muro che possa sbarrare il fuoco della speculazione contro la moneta unica e quei Paesi più vulnerabili, come l’Italia. E oltreoceano, la stampa di prestigio si chiede, o forse spera, che sia proprio Mario Monti a salvare l’Europa.

Esagerazioni dei giornali a parte, a Washington riconoscono che il professore rema nella stessa direzione degli Usa per quel che riguarda la risoluzione della crisi europea. I punti salienti non cambiano: rafforzare il fondo salva – Stati e cominciare a parlare in termini di crescita economica e sviluppo, anziché unicamente di austerity in stile tedesco.

Per quanto positiva possa risultare l’accoglienza di Barack Obama, non va dimenticato che lo stesso presidente americano sta attraversando un periodo molto delicato che culminerà con le nuove elezioni presidenziali, il prossimo novembre. Non vi sono dubbi sul fatto che a Obama prema per la risoluzione della crisi europea, ma anche i voti dei tantissimi elettori italoamericani stanno a cuore al presidente che punta al secondo mandato.

Monti, per gli americani, sembra essere l’unico in grado di scardinare l’asse Merkel – Sarkozy. Al di là dell’Atlantico, infatti, l’estremo rigore della cancelliera, appoggiato dal presidente francese, non è visto di buon occhio. Da quelle parti, inoltre, continuano a considerare paradossale l’esistenza di una moneta unica senza che vi sia un unico Stato alle spalle, con una politica e un’economia univoche.

Un’altra questione molto a cuore degli Usa riguarda il ruolo della Banca Centrale Europea, che a Washington vorrebbero sempre più simile alla Federal Reserve. Un istituto in grado di immettere denaro nel sistema e manovrare accuratamente i tassi per pilotare la ripresa economica, ruolo che a Francoforte ancora non spetta, al contrario dell’omologo americano.

Così come alla Bce non è consentito di correre direttamente in aiuto agli Stati membri in difficoltà. Un’opzione che non sarebbe assolutamente dispiaciuta alla Grecia, ora che la bancarotta si fa sempre più vicina. La spaccatura verificatasi nel governo in merito ai tagli varati per ottenere i 130 miliardi di aiuti, non ha giovato di certo alla gravissima situazione di Atene, che sembra tenere in scacco il destino dell’euro.

Dopo l’incontro con Obama, Monti si presenta a Wall Street e annuncia il percorso di risanamento “irreversibile” intrapreso nel Bel Paese. Invita gli investitori americani ad acquistare titoli di Stato italiani, malgrado gli interessi su quelli decennali siano ancora alti. Non si dice affatto preoccupato del taglio del rating sui 34 istituti di credito italiani, operato puntualmente dalla solita Standard & Poor’s e liquidato dal premier come “effetto atteso”.

Convincere la comunità finanziaria americana a scommettere sull’Italia è, dunque, lo scopo primario di questa visita negli Usa. Un eventuale successo, potrebbe garantire un discreto ritorno di immagine in patria e in Parlamento, dove si stanno delineando riforme fondamentali. Il banco di prova del pacchetto liberalizzazioni e della riforma del lavoro influirà notevolmente sulle aperture di credito negli Stati Uniti, per il momento soltanto promesse.

Qualche intoppo già si è verificato: lo scorso venerdì, al Senato sono stati presentati 2.400 emendamenti sul decreto liberalizzazioni. Proprio mentre il premier parlava a Wall Street per convincere i guru della finanza a stelle e strisce a investire nel nostro Paese, Pdl, Pd e Idv hanno inondato l’aula con centinaia di emendamenti ciascuno. Un pressing che, probabilmente, porterà il governo a porre la fiducia sul decreto, per chiudere rapidamente la pratica. Gli investitori americani, del resto, non hanno tempo da perdere.

(fonte immagine: http://www3.lastampa.it/)

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