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Telelavoro: soluzione ignorata e sottovalutata

Patrizio Di Nicola, docente presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell’Università degli Studi “la Sapienza”, è tra i maggiori sostenitori e studiosi del telelavoro, più comunemente conosciuto come il lavoro da casa. Di Nicola ha partecipato a uno studio di fattibilità, commissionato dalla Provincia Autonoma di Trento, per lo sviluppo del telelavoro per evitare lo spopolamento dei comuni montani.

Professore, in Italia il telelavoro non ha una vera e propria regolamentazione legislativa, ce ne sarebbe bisogno?

“Sì, sarebbe importante, soprattutto in questo periodo di crisi in cui il lavoro appunto scarseggia. Serve  una legge che ne incentivi lo sviluppo. Negli ultimi anni sono state presentate diverse proposte di legge, tra cui una preparata in collaborazione con il sottoscritto, ma non sono state approvate. Attualmente non ci sono proposte allo studio delle Camere, anche perché negli ultimi anni in Italia è stato compilato un accordo-quadro per il telelavoro, naturalmente in seguito alla stipula dell’accordo-quadro europeo”.

Al momento l’unico incentivo è la legge 53 del 2000 riguardante le disposizioni per il sostegno alla maternità e alla paternità con cui si è stabilito uno stanziamento annuo di fondi per le aziende che mettono in atto forme di flessibilità dell’orario, tra cui è contemplato anche il telelavoro, a favore di lavoratrici madri e lavoratori padri.

“L’articolo 9 di questa legge, però, annovera il telelavoro all’interno di un elenco di molte altre forme di flessibilità di orario. Inoltre la legge è diretta solo ad una categoria particolare di lavoratori. Così non basta. Il blocco del piano di sviluppo della banda larga nel nostro Paese sino a data da destinarsi, inoltre, è un pessimo segnale perché è ovvio che nell’ambito del telelavoro, riguarda per la maggior parte prestazioni lavorative intellettuali e creative, Internet svolge un ruolo fondamentale. Probabilmente anche la crisi avrà fine proprio sulla spinta di attività che con queste tecnologie hanno uno stretto rapporto, e rimandare lo sviluppo della banda larga in controtendenza rispetto a molti altri Paesi europei, può svantaggiare le aziende italiane”.

Di recente il quotidiano argentino “La Naciòn” registrava un vero boom di accessi al telelavoro, proprio per far fronte all’emergenza dell’influenza suina. In Italia è possibile che si verifichi il medesimo fenomeno, per scongiurare il tanto paventato blocco delle attività economiche?

“Non solo in Argentina, ma anche negli Stati Uniti sono stati studiati piani di emergenza. Si è pensato perfino di chiudere le industrie, mettendo a punto piani di decentramento lavorativo. In Italia al momento non c’è alcun piano di questo tipo. Nel nostro Paese non c’è una cultura della prevenzione e della programmazione per il futuro ma ci si ritrova a pensare sempre al breve periodo e a far fronte ad emergenze imminenti”.

Si potrebbe pensare che il telelavoratore, mancando il controllo visivo da parte del datore, sia libero di far ciò che vuole e possa lavorare meno rispetto ai lavoratori in sede. E’così?

“E’ vero il contrario: la produttività dei telelavoratori è nettamente superiore a quella dei lavoratori in sede e questo dato è supportato sia dalle statistiche che da fatti reali. Nella mia attività di progettazione del telelavoro ho riscontrato personalmente una crescente soddisfazione nei dirigenti che hanno adottato questa soluzione: ad esempio posso citare il caso Poste Italiane che ha operato un decentramento dei call center, registrando un crollo pressoché totale delle assenze, totale disponibilità a supplire le assenze del personale in sede, assoluta mancanza di lamentele”

Un’obiezione sollevata da molti sul telelavoro è il fatto che lavorare lontano dai propri colleghi, a casa propria, favorirebbe l’isolamento del telelavoratore

“Il telelavoro va pianificato e organizzato nei dettagli. Sperimentazioni della Commissione Europea hanno evidenziato come solo due lavoratori su dieci che hanno provato il lavoro a distanza hanno chiesto di esser reintegrati in sede. Si tratta di soggetti per i quali il luogo di lavoro costituisce l’unico momento per socializzare. Negli altri casi gli incontri tra colleghi si sono sviluppati al di fuori del luogo di lavoro, si tratta di lavoratori che hanno potuto scegliere le persone da frequentare”.

Si tralascia inoltre quello stress dovuto agli aspetti deteriori della competitività a volte esasperata che si crea tra colleghi nei luoghi di lavoro.

“Certamente, inoltre in molti casi è la tecnologia a venire in aiuto: è frequente l’adozione di chat line che agevolino la comunicazione fra colleghi e con il datore di lavoro. I giorni di telelavoro, poi, possono esser alternati con giorni in cui ci si reca in sede, è questo il motivo per cui bisogna fare uno studio propedeutico per organizzare bene le modalità del lavoro a distanza. Pensiamo ai territori montuosi dove a volte è difficile spostarsi, e pensiamo a quante macchine in meno ci potrebbero essere per strada. Meno stress per i lavoratori, meno smog e meno traffico: ci sarebbero vantaggi sia per la salute dei cittadini che per l’ambiente”.

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