Storia di un chimico letterato
La vita di Primo Levi protagonista al “Perugia Science Fest” 2011.
“Chi non sa comunicare, o comunica male, in un codice che è solo suo o di pochi, è infelice ed espande infelicità intorno a sé. Se comunica male deliberatamente, è un malvagio, o almeno una persona scortese, perché obbliga i suoi fruitori alla fatica, all’angoscia o alla noia”.
E’ con questo passo de “L’altrui mestiere” che ieri si è aperta la conferenza del professor Gianlorenzo Marino, docente all’Università degli Studi di Perugia, sul personaggio Primo Levi, in un’analisi a tutto tondo attraverso lo sguardo particolare del chimico – letterato.
In una precisa analisi della scrittura del chimico, il professor Marino ha ricostruito i momenti salienti della biografia di Levi, inevitabilmente ancorata al terribile momento storico in cui questi ha vissuto.
Di formazione classica, Primo Levi ottenne nel 1937 la maturità al liceo classico D’Azeglio, iscrivendosi successivamente all’Università di Torino. Qui, nel 1941, darà prova del suo valore discutendo una tesi di chimica, ottenendo il punteggio massimo in un momento storico in cui l’università è preclusa, insieme agli altri studi, agli ebrei.
“Ho avuto la laurea con lode e sono convinto che questa lode mi sia stata data per un 40 per cento per merito mio e per il resto perché i professori - ha scritto l’autore in merito – quasi tutti vagamente antifascisti, avevano trovato quel modo per esprimere il loro dissenso. Dal mio osservatorio era molto facile capire se un professore era un barone, come si dice adesso, o uno scienziato. Salvo un caso, erano tutti onest’ uomini”.
Tra i suoi primi lavori, l’assunzione in un’azienda farmaceutica svizzera con sede distaccata a Milano. L’autore racconta che le ragioni che lo hanno spinto a scegliere la chimica sono da ricercarsi nell’ ‘aspetto romantico’ di quest’ultima, che lo avrebbe condotto a possedere la chiave di funzionamento della realtà.
Nel ‘43 verrà arrestato, trasferito prima nel campo di raccolta di Fossoli, in provincia di Modena, poi al campo di concentramento di Auschwitz, dove riuscirà a resistere undici mesi, fino alla liberazione da parte dei russi.
E’ in questo momento, al suo ritorno dal campo, che emergerà in lui la natura del letterato. L’esperienza del concentramento l’ha così sconvolto che si sente costretto a scrivere, mosso dalla necessità impellente di raccontare, di testimoniare, ciò che l’uomo è riuscito a fare all’uomo.
Tra i suoi testi, infatti, il più tristemente noto rimane “Se questo è un uomo”. Un libro dalla scrittura disordinata, legata più all’urgenza dei ricordi che a una precisa consequenzialità temporale. L’autore scrive febbrilmente, seguendo l’ordine dell’importanza mentale. La scrittura è asciutta, dovuta soprattutto al suo mestiere di chimico. Un mestiere che lo ha obbligato a scavare nella realtà e nella materia e che lo ha aiutato a scrivere lucidamente, per rispondere a un disperato e profondo bisogno di capire.
Il testo è una dura denuncia all’offesa ricevuta nel campo. Con forte indignazione, Levi racconta ciò che l’uomo ha subìto. Paradossalmente, la scrittura soppesa il dolore senza essere in grado realmente di odiare. Il testo, poi, per una volta, non è rivolto a raccontare i carnefici, ma i compagni di sventura.
Nessuno, fino ad allora, aveva descritto con quella dovizia di particolari cosa succede agli uomini posti all’estremo della loro dignità umana.
(fonte immagine: www.tabletmag.com)
