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Scuole di tifo contro il razzismo

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L’idea arriva da Treviso  per combattere il cattivo esempio dato dai genitori.

Sovente sentiamo parlare di ragazzi violenti nelle scuole superiori soprattutto per episodi di bullismo. In molte istituti, anche primari, o in molte squadre di calcio dei pulcini, però, si possono ravvisare i primi segnali di intolleranza verso il diverso, verso ciò che è altro. Per renderci conto della situazione reale nelle scuole, ma anche nel mondo dello sport dei più piccoli, abbiamo interpellato Matteo Marconi, Presidente della Cooperativa Comunica di Treviso.

La Cooperativa, da anni, si occupa di educazione e integrazione fra i minori e ha messo a punto il progetto “Draghi”, ossia una scuola di tifo corretto proprio per i piccoli tifosi.

Presidente, questo progetto di educazione al tifo non violento ha un intento preventivo o nasce come risposta ad un fenomeno, quello del tifo scorretto e razzista, già presente fin da bambini?

“Il progetto nasce con una funzione preventiva, anche se con il passare del tempo ci siamo resi conto che il problema va ben oltre quello che normalmente arriva sulle pagine dei giornali, nel senso che le violenze e il razzismo degli stadi italiani sono solo la punta di un iceberg ben più profondo. Ad esempio, i campetti di calcio dove giocano i bambini sono pieni di genitori-tifosi che dimenticano il loro ruolo di educatori e diventano esempi negativi per i figli. Insulti all’arbitro, ai giocatori avversari, ai bambini-giocatori stranieri (presenti ormai in tutte le squadre) sono la normalità e nessuno fa niente per arginare il fenomeno. Da quest’anno noi abbiamo deciso di andare ad animare con la scuola di tifo anche alcune partite di squadre minori e, soprattutto, di incontrare i genitori dei bambini. Purtroppo il primo incontro, avvenuto pochi giorni fa, ha avuta la misera presenza di soli dieci genitori, ma è comunque un inizio.

Diversi bambini arrivano allo stadio e al palazzetto con l’idea che offendere l’arbitro e i giocatori avversari (anche con slogan razzisti) sia un comportamento normale. D’altronde in un luogo dove per entrare bisogna superare file di poliziotti in assetto antisommossa, tornelli e perquisizioni, in luogo in cui reti sempre più alte dividono gli spalti dal campo e in cui è vietato fare tutto –  portare bottiglie, anche di plastica, tamburi, megafoni, aste per le bandiere, appendere uno striscione senza l’autorizzazione della prefettura – come potete pensare che un bambino possa vedere lo stadio come un luogo di festa. Se poi l’esempio degli adulti è quello di aspettare il primo errore dell’arbitro o di un giocatore per sfogare tutta la rabbia accumulata durante la settimana su di loro cosa pensate che faranno gli stessi bambini da grandi? La nostra idea è molto diversa, noi crediamo che tifare sia una cosa molto bella, che vedere una partita dal vivo e non dietro lo schermo di un televisore sia tutta un’altra emozione, rispetto a trovarsi sugli spalti insieme a tante persone così diverse per fare il tifo insieme. E’ un’occasione unica di integrazione (i tifosi di una squadra appartengono a tutte le razze e a tutte le classi sociali, e del tifo per quella squadra potranno sempre parlare insieme e si sentiranno vicine). Il tifo, specialmente quello calcistico, è uno dei primi argomenti di incontro tra stranieri e italiani, potrebbe essere veramente una grande risorsa anziché un grande problema”.

Mentre nelle scuole qual è la situazione?

“Il razzismo purtroppo esiste ancora, soprattutto come forma di non rispetto dell’altro,del diverso. Il mondo della scuola sta facendo molti sforzi per eliminare il problema, ottenendo buoni risultati, ma deve “combattere” contro un’idea negativa, un’opinione pubblica verso gli stranieri che è molto presente nella società. Capita spesso di sentire ragazzini parlare male degli stranieri (a seconda della moda del momento i più cattivi sono i marocchini o gli albanesi o, ultimamente, i rumeni) e vedere gli stessi ragazzini ridere e scherzare con un vicino di banco straniero, che considerano un loro grande amico. Loro non si accorgono che quando dicono “bisognerebbe mandare via tutti questi stranieri che ci rubano il posto di lavoro” o “che sono tutti delinquenti”, stanno parlando anche del loro amico che hanno di fianco e se glielo fai notare ti rispondono “che lui non conta”, “che lui è un eccezione”, “che lui è uno straniero bravo”. Purtroppo, non riescono a osservare e comprendere il disagio e la tristezza nei visi dei loro compagni stranieri, che spesso simulano un’indifferenza che in realtà è solo una maschera per coprire la sofferenza. Questo tipo di razzismo meno visibile non è da sottovalutare, perché coinvolge molti più ragazzini, giovanissimi che lo subiscono o che sono protagonisti di episodi di intolleranza”.

Quali strumenti pedagogici si possono adottare per combattere questo fenomeno?

“Di certo non la sola repressione. Non basta dire no, bisogna anche proporre un modello positivo. Il nostro decalogo del tifoso corretto non ha alcun divieto proprio perché vuole porsi come modello positivo. D’altronde, in un mondo del calcio in cui a ogni incidente grave vengono solo inasprite le sanzioni e i divieti, la nostra scuola di tifo non è una goccia in un mare, ma un vero è proprio pesce fuor d’acqua. Se pensiamo a quanti soldi vengono spesi ogni fine settimana per pagare i poliziotti che vanno negli stadi (per Treviso – Napoli di tre stagioni fa, hanno mandato quasi seimila poliziotti e si pensi che lo stadio di Treviso ha una capienza per diecimila persone), credo che basterebbe dirottarne solo una minima parte a sviluppare un modello positivo per migliorare la situazione. Negli incontri nelle scuole tra alunni e giocatori, arbitri e poliziotti, che organizziamo, tutti e tre questi protagonisti dei week-end calcistici, hanno constatato il loro ruolo educativo, trovandosi davanti ai bambini. Ciò dovrebbe accadere anche nelle trasmissioni televisive e sui giornali”.

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