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Roma: via alla riforma universitaria

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Primi tagli alla Sapienza, norme anti-parentopoli a Tor Vergata.

La Sapienza è pronta a modificare lo Statuto senza aspettare i tempi parlamentari e che ci sia voglia di bruciare le tappe lo si capisce dalle parole del rettore Luigi Frati: “Da questo mese riduco le facoltà da 23 a 12 – afferma – e ridisegno la mappa dei Dipartimenti, che saranno accorpati perché troppo frammentati e inoltre porterò il numero massimo dei docenti a 50/60 unità. Riduco i corsi di laurea del 18 per cento – continua Frati –  e disattivo il polo di Civitavecchia con i corsi di Ingegneria e Economia. Resta Pomezia con il corso di laurea in Farmacia, legata al polo industriale. Il problema però – conclude il rettore -  è che non basta ridurre le spese, occorrono anche i fondi. La verità è che brancoliamo nel buio e siamo in rosso”.

Luigi Frati da tempo dichiara “di non poter permettere di far morire l’università” e implora il Ministro dell’economia Tremonti di intervenire entro il 2010.

Ma forse con l’approvazione del ddl in Consiglio dei ministri c’è qualche speranza visto che Tremonti ha accettato una riforma organica di questa portata e alle università sono stati promessi 450 milioni. Il problema dell’istruzione e della ricerca in Italia, però, sembra essere alla base, basta pensare che lo Stato stanzia per l’intero sistema universitario la metà di quello che gli Usa danno ad Harward: un divario, diciamo, imbarazzante.

L’Italia è stata superata perfino da Corea, India, Cina e Giappone e ha meno laureati del Cile; i professori sono vecchi: solo l’8 per cento degli associati e l’1 per cento degli ordinari hanno meno di 40 anni.

Non parliamo, poi, degli studenti, che raggiungono la laurea non prima di 27 anni, e a fatica riescono a trovare un riscontro immediato nel mondo del lavoro.

In questo periodo di crisi e difficoltà non si è mosso solo Luigi Frati, anche altri due rettori delle università romane, Renato Lauro di Tor Vergata e Guido Fabiani di Roma Tre, stanno aspettando riforme serie e finanziamenti, non solo leggi a costo zero e drastici tagli alle spese.

La credibilità della riforma, dunque, si gioca sui soldi.

“Recupereremo le risorse per l’università dallo scudo fiscale”, ha rassicurato il ministro Maria Stella Gelmini, dopo aver presentato il ddl in Parlamento. Ma che cosa cambierà concretamente nella vita degli atenei?

“La Sapienza – afferma Frati – per i concorsi adotterà criteri meritocratici chiari ed espliciti, mettendo fine al nepotismo. Riorganizzerà i dipartimenti, snellirà gli organi di governo. Nel Consiglio di amministrazione ci sarà l’ingresso dei membri esterni”.

“I professori – prosegue Lauro, rettore di Tor Vergata – dovranno ricoprire 1500 ore di lavoro l’anno (36 settimanali) e saranno valutati da un nucleo esterno creato ad hoc. In questo modo lo stipendio non subirà più, ogni due anni, un incremento automatico a prescindere da qualunque tipo di verifica, ma potrà crescere solo in base al merito. Inoltre, sulla loro carriera potrebbe influire anche il giudizio degli studenti. Comunque, l’altra novità positiva è la separazione dei poteri all’interno dell’ateneo – osserva Lauro – Consiglio di amministrazione e Senato accademico non si sovrapporranno più e poi nel Cda sarà maggiore la presenza degli esterni. Tutto ciò significa più trasparenza, evitando parentopoli e concorsi ad personam”.

Se le intenzioni in teoria sono buone, almeno per quel che riguarda la lotta al nepotismo e il contenimento degli sprechi, non bisogna dimenticare che la ricerca è ormai da tempo senza soldi e che l’organicità e la vastità della riforma potrebbe rendere più lungo e tortuoso l’iter parlamentare di approvazione della legge.

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