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Rivoluzione libica, un anno dopo

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Cosa è cambiato in Libia a distanza di 365 giorni dall’inizio delle rivolte contro Gheddafi?

“C’erano i fuochi d’artificio. C’era la banda che suonava. C’erano pure dei castelli di gomma per la gioia dei bambini. E poi c’era l’ altro Castello, il Castello Rosso. Il cui balcone era vuoto, un anno dopo. C’erano tutti gli elementi necessari a una festa degna di tale nome. Ma non c’era alcuna traccia del Governo”.

Festeggiamenti in Libia ad un anno dalla Rivoluzione

Festeggiamenti in Libia ad un anno dalla Rivoluzione

Un anno fa, il 17 febbraio, a Tripoli iniziava la Rivoluzione, che si sarebbe conclusa il 20 ottobre scorso, con la caduta del regime di Gheddafi. Le manifestazioni per il suo primo anniversario si sono risolte in un clima generale di festa. Nessuno scontro, nessun attentato terroristico. Almeno in questo, il nuovo governo libico è stato lungimirante: la paura per lo scoppio di eventuali rappresaglie era tale che gli uomini di Mustafa Abdel Jalil hanno istituito vari checkpoint militari, per assicurarsi che i festeggiamenti mantenessero un carattere sostanzialmente pacifico.

Missione compiuta? No, in realtà il processo di costruzione della nuova Libia è lungi dall’essere concluso. Ma del resto, era ampiamente prevedibile che la transizione verso la democrazia non sarebbe stata immediata. Ragion per cui, ci sentiamo di affermare che la situazione attuale rimane piuttosto critica, sommerso com’è il Paese da grossi problemi di carattere politico, giuridico, economico e umanitario.

Il Comitato Nazionale Transitorio ha ereditato una nazione parecchio fragile e frammentata. Oltretutto, lo è sotto più fronti: geografico, politico e anche militare. Malgrado il Governo di transizione presieduto da Jalil si stia rimboccando le maniche per tentare una mediazione con il suo stesso popolo, pare che gli sforzi non siano recepiti positivamente. Il Cnt è accusato di scarsa trasparenza e, spesse volte, il malcontento ha raggiunto forti livelli di esasperazione. Come accaduto a Bengasi il 21 gennaio scorso, quando la sede “storica” del Cnt è stata presa d’assalto e lo stesso Mustafa Abdel Jalil ha rischiato d’essere aggredito da una folla inferocita.

Apparentemente, pare che gli insorti chiedessero a gran voce l’espulsione dal governo di funzionari conniventi con l’ex regime, ma ad oggi, la tensione è tale che il premier libico ad interim si dice fortemente preoccupato per la possibilità che il malcontento sfoci in una nuova guerra civile.

La disgregazione di carattere politico riflette sostanzialmente quella militare: il furore rivoluzionario ha lasciato in eredità qualcosa come 500 gruppi armati. I quali seguono un proprio codice di autoregolamentazione. Non è azzardato affermare che in Libia vale per il Cnt quando detto per gli italiani da Massimo d’Azeglio: fatta la Libia, adesso facciamo i libici.

L’anarchia di alcune falangi militari, a volte, può essere tale da rallentare lo stesso processo di ricostruzione. Singolare un episodio accaduto all’inizio di questo mese. Il 6 febbraio doveva tenersi la prima udienza di un processo che vedeva imputati 50 uomini, accusati di connivenza con il regime Gheddafi. Il giudice ha dovuto rinviare l’udienza, perché il gruppo di militari incaricato di portare i prigionieri davanti alla corte si è rifiutato di farlo. “Le brigate controllano ogni cosa qui in Libia. Possono arrestare e rilasciare chi vogliono. Quando, dove e come vogliono”, ha osservato l’avvocato Saleh Omran.

Ma il Consiglio Nazionale Transitorio si vede costretto a fronteggiare anche e soprattutto una frammentazione di carattere geopolitico. Il 23 gennaio scorso, stesso giorno delle proteste a Bengasi, la città di Bani Walid è tornata in mano ai Warfalla, il clan vicino all’ex raìs Muammar Gheddafi. Ma è la città di Misurata a rappresentare il maggior problema per gli uomini di Jalil.

Misurata, oggi, è una vera è propria città-stato. I suoi cittadini non nascondono la propria insofferenza verso gli uomini di Bengasi, città simbolo della Rivoluzione, nonché terra natia di Jalil e di gran parte degli esponenti del Cnt. Non hanno perdonato loro quel rallentamento delle operazioni belliche che indusse Gheddafi a concentrare la sua ira sulla città di Misurata.

Proprio oggi, 20 febbraio 2012, questa città-stato “de facto” ha indetto le sue proprie elezioni. Ignorando sostanzialmente le direttive del Cnt, che sta lavorando duramente per portare la nazione alle urne nel mese di giugno. Gli sforzi di Jalil e soci sono mal percepiti anche da alcuni rappresentanti della società civile. Secondo l’attivista per i diritti femminili Zahra Langhi “Non si può confidare nel Cnt. Come possiamo pensare di poter andare a votare se la Libia non è dotata nemmeno di un sistema legale efficiente? Bisogna prima di tutto effettuare il sistema di giustizia”.

Le perplessità di Zahra Langhi, sostanzialmente, sono le medesime suscitate da Omran. Ma ciò che più preoccupa è che il Tribunale Penale Internazionale dell’Aja si sia pronunciata allo stesso modo, in merito all’opportunità di poter processare Saif al-Islam in patria. Il Tpi, infatti, aveva concesso al Consiglio Nazionale Transitorio una proroga, per dar loro la possibilità di valutare il caso ed eventualmente decidere se processarlo o consegnarlo alla corte penale dell’Aja. Ebbene: il 23 gennaio scorso il Cnt aveva annunciato che il figlio di Gheddafi sarebbe stato processato in patria. Ma il Tpi ha subito smentito. Si può confidare nel Cnt? Evidentemente, la Langhi non aveva tutti i torti.

L’altro figlio di Gheddafi, Saadi, attualmente latita in Niger. Recentemente intervistato da Al-Arabiya, ha assicurato che la popolazione libica è pronta per una nuova sollevazione popolare, in quanto insoddisfatta dell’operato del Cnt. Saadi ne è sicuro, lo afferma basandosi sulle relazioni stabili allacciate con parecchi esponenti di vari gruppi tribali e dello stesso Cnt. L’intera comunità internazionale si augura che Saadi, come guru e profeta, abbia le stesse e indiscusse abilità che aveva da calciatore.

In realtà la situazione, pur nella sua criticità, è molto meno drammatica di come la dipinge Saadi. Dati alla mano, pare invece che il 46% della popolazione libica sia molto soddisfatto della situazione attuale e dell’operato del Cnt. Un altro 40% si ritiene abbastanza soddisfatto, solo il restante 14% esprime un giudizio negativo.

Dati alla mano? Si, dati alla mano: il canale televisivo tedesco Zdf, in collaborazione con la Oxford Research International, ha effettuato la prima ricerca sociale corredata di questionario nella storia della nazione libica. Fino a un anno fa, era impensabile e forse questo è già un gran risultato.

(Fonte immagine: aljazeera.net)

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