Riforma sì, riforma no
Inaugurate le trattative per la riforma del mercato del lavoro, ma restano i punti interrogativi
Il varo della nave chiamata “riforma del lavoro” è cosa fatta. Ne danno comunicato ufficiale il comandante Fornero ed i leader delle varie ciurme sindacali.
L’inaugurazione delle trattative è avvenuta nella mattinata del 15 febbraio presso Palazzo Chigi. Si è trattato di un vertice ufficiale durato circa due ore, a cui hanno presenziato il ministro del Lavoro Elsa Fornero, il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia ed i rappresentanti delle sigle sindacali Susanna Camusso (CGIL), Raffaele Bonanni (CISL) e Luigi Angeletti (UIL). Presenti altresì il ministro dello Sviluppo Economico Corrado Passera ed i viceministri Michael Martone (spauracchio dei ventottenni “sfigati” se non ancora laureati) e Vittorio Grilli, ma anche i delegati di Rete Impresa Italia.
Durante l’incontro si è delineata la bozza di quella che dovrà essere la tanto attesa riforma del mercato lavorativo italiano, sistema da troppo tempo ancorato al macigno del precariato nel miraggio di una flessibilità che oggi tale non è, se non nell’accezione più negativa.
Tra i temi posti sul tavolo: ruolo dell’apprendistato, lavoro pubblico e privato, preservazione di un mercato flessibile e contrasto ad un suo uso improprio. Spettro aleggiante nelle stanze di Palazzo Chigi rimane l’articolo 18, argomento che verrà affrontato per ultimo a causa del frazionamento d’opinione riscontrato a tal proposito tra le sigle sindacali.
Marcegaglia, Bonanni ed Angeletti dimostrano apertura al dialogo sulla riforma del discusso articolo dello Statuto dei Lavoratori, mentre Susanna Camusso rigetta qualsivoglia prospettiva di modifica, dichiarando che l’articolo 18 non è un tema da porre sul tavolo delle trattative e che, tuttalpiù, si potrà discutere semplicemente delle tempistiche dei processi inoltrati al Tribunale del Lavoro.
Il presidente di Confindustria Marcegaglia ha, invece, posto l’accento sulla necessità di andare nella direzione di un supporto all’aumento dell’occupazione mediante una riduzione del costo del lavoro.
Intanto, la Fornero tiene a mettere in risalto il ruolo del contratto di apprendistato, visto come forma tipica funzionale all’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, dichiarando altresì che “non ci sarà tolleranza sull’uso improprio dell’apprendistato [...] Vogliamo introdurre sanzioni e controlli per l’uso improprio delle forme di flessibilità e del lavoro autonomo in forme subordinate”.
La titolare del dicastero di Via Veneto ha però anche precisato che “il tema del riordino dei contratti e delle flessibilità in entrata è subordinato al tema della flessibilità in uscita”. In altre parole: no articolo 18, no riforma.
Insomma, nonostante il generale esito positivo del meeting, è impossibile non constatare come le posizioni del ministro del Lavoro si collochino su un versante diametralmente opposto a quelle di Susanna Camusso, e viceversa. Una situazione di discordanza che farà sentire la propria eco negativa probabilmente già il prossimo 20 febbraio, giorno del nuovo incontro parti sociali-governo, al fine di approfondire gli argomenti già posti all’ordine del giorno e di esaminare il tema ammortizzatori sociali.
Tornando a disquisire in merito a quanto emerso nel corso del vertice inaugurale, doverosa risulta un’analisi inerente le dinamiche orbitanti attorno al contratto di apprendistato. Secondo recenti statistiche, emerge che il 50% dei lavoratori vincolati da un contratto a tempo determinato sia un over 30, categoria che non potrebbe giovare delle forme contrattuali d’apprendistato (applicabili solo per chi ha meno di 29 anni). Da ciò si deduce come i contratti d’inserimento non possano, da soli, fronteggiare il problema precariato.
Una riforma del lavoro efficace dovrebbe sostenere non solo “l’inserimento”, ma anche il “reinserimento” lavorativo per le fasce anagrafiche superiori a quella under 30 e per quei lavoratori che si sono visti strappare una prospettata fruizione a breve di prestazioni previdenziali a causa dell’innalzamento dell’età pensionabile, stabilito dalla riforma dello scorso dicembre.
Discutibile anche l’avvertito bisogno di salvaguardare l’assoluta flessibilità contrattuale mediante lo snaturamento (o, addirittura, la cancellazione) dell’articolo 18. Eliminare i paletti imposti dalla norma che preserva le maestranze dal licenziamento senza giusta causa, non farebbe altro che agevolare le aziende intenzionate ad assottigliare gli organici e a puntare su giovani leve, categoria per antonomasia meno tutelata e retribuita in maniera assai inferiore rispetto ai lavoratori di lunga esperienza.
Correlatamente a ciò, potrebbe essere messa in discussione anche l’idea della Marcegaglia secondo cui, per potenziare il sistema occupazionale, è indispensabile ridurre i costi del lavoro. Non basterà nemmeno questo se ci si limiterà a livellare i redditi, senza però operare contemporaneamente un livellamento delle forme contrattuali. No, non basterà.
( Fonte immagine: http://www.liberoquotidiano.it )
