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Punk Rock Is Coming To Town

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A Bologna lo spazio Ono ospita la mostra “Punk, l’Ultima Rivoluzione”.

Senza vergogna alcuna, ammetto che, molto probabilmente, questo articolo sarà un po’ di parte, in quanto, riponendo nell’armadio il vestito buono della professionalità e tirando fuori quello che più o meno “vesto” nella vita di tutti i giorni, sono una nostalgica del Punk, ma di quello vero, di quello nato e morto nel giro di un momento (e di tutto quello che poi ne è conseguito, che sia esso post-punk, new wave, cold wave, dark…) e che, in un suo unico, affannoso respiro, ha cambiato le cose in maniera irreversibile. E non solo per quanto riguarda la musica.

Ed è proprio questo ciò che si celebra e si ricorda nella mostra “Punk, l’Ultima Rivoluzione”, inaugurata lo scorso 27 ottobre, organizzata ed ospitata all’interno degli spazi della Ono Arte, una realtà nuovissima (i suoi battenti sono stati aperti proprio quest’anno), situata nel centro di Bologna, in una “tre piani” di fotografia, installazioni, pittura e tutto quando fa cultura, ma in modo intelligente ed accattivante, tramite una linea di pensiero che unisce all’innovazione e al crossing over artistico, anche un’accentuata fruibilità ed una capacità non comune di rivolgersi anche a coloro che non hanno una gran confidenza con tutto quello che è “arte”.

“You just pick a chord, go twang, and you’ve got music”, queste le parole di Sid Vicious, icona delirante ed infantile di quell’epoca, priva di ogni talento, santificato nel suo essere completamente inutile a livello musicale.

Ma lo spirito del Punk, era proprio questo (sì, c’è “punk” e “Punk”, un po’ come “neoclassicismo” e “Neoclassicismo”, ma questa è robaccia, sottigliezze per storici dell’arte), riassunto in questo statement di una ingenuità disarmante: scegli una corda, la fai vibrare ed ecco che fai musica.

Comme ça.

La mostra “Punk, l’Ultima Rivoluzione”, oltre a partire da un assunto “storicista” ampiamente condiviso da chi scrive – e cioè che il Punk è stato l’ultimo spazio creativo rivoluzionario che i giovani hanno avuto e che non fosse precofenzionato dai media,  non è solamente una raccolta di immagini.

E’ un percorso della memoria e del sentimento, che si è avvalso della collaborazione di molti dei protagonisti dell’epoca, e dunque chapeau ai curatori della mostra, Vittoria Mainoldi e Maurizio Guidoni che sono riusciti ad “estorcere” informazioni ad un notorio “osso duro” come Steve Severin, storico bassista dei Siouxsie and The Banshees, e prima ancora parte integrante del Bromley Contingent (nel quale militava la stessa Susan Janet Ballion, poi nota con il nome Siouxsie), che, però non gradisce più vedere il suo nome associato al Punk.

Ma non è stato l’unico, Mr. Severin, a contribuire. Insieme a lui, tra i molti che si sono offerti di offirire le proprie testimonianze, anche le più inedite, si annoverano Jon Savage, che, con il suo libro England’s Dreaming ha rivissuto quei suoi “anni selvaggi” e formativi, ed il fotografo del “circo McLaren”, John Tiberi, che, invece, con il cuore, l’anima e tutto il resto è ancora lì, in mezzo a quel “no future” rabbioso, sputato dalla bocca, dagli occhi spiritati e dal corpo tutto nervi di John Lydon, in arte Johnny Rotten.

E quindi, eccoci, in una specie di “via crucis” fatta di tre “stazioni”: si parte dalla prima, che inizia dal negozio al 430 di King’s Road di Vivienne Westwood e Malcom McLaren, “Sex”, che diventerà in un attimo il centro “culturale” del movimento, si procede alla seconda, dedicata alla Regina Elisabetta II e al suo Giubileo d’Argento del 1977, anno in cui i Pistols diedero al pubblico God Save The Queen, subito ritenuto un brano quasi blasfemo ed immediatamente ritirato (non a caso, con un impeto “romantico”, Jon Tiberi afferma che tutto finì proprio con il lancio del singolo, sponsorizzato da una sbrindellata “crociera sul Tamigi”, il 10 marzo del 1977), e si approda, infine, alla terza stazione, dedicata alla controversa “lady di ferro”, Margaret Thatcher, insieme alla sovrana oggetto della rabbia e del disprezzo delle giovani folle affamate di nichilismo.

E poi tributi fotografici alle band seminali inglesi (Sex Pistols, Siouxsie and the Banshees, Adam and the Ants…) e statunitensi (Ramones, New York Dolls, Blondie…), offerti da fotografi come Bob Gruen, lo stesso Tiberi, David Corio etc..

Come “chicca finale”, l’esposizione delle foto del concerto che i Clash tennero il 1° giugno 1980 in Piazza Maggiore, organizzato proprio dal Comune di Bologna.

Il Punk ha, dunque, investito, travolto e riplasmato tutto, non solo la musica. E questa offerta dalla Ono Arte (che dà anche la possibilità di sorseggiare qualcosa nel loro wine bar aperto dalle 18.00 e sfogliare libri rari, altamente specializzati e di nicchia nell’attrezzatissimo bookshop), è un’occasione da non perdere, veramente più unica che rara.

Per maggiori informazioni: www.onoarte.com; www.culturaliart.com

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