Psicofarmaci per bambini. “Moda” pericolosa o necessità?
Modena – Può la paura di non essere buoni educatori spingere i genitori a curare il proprio figlio con gli psicofarmaci? Può il marketing inarrestabile e potente delle multinazionali farmaceutiche raggirare il buon senso, far dimenticare gli effetti collaterali e dare via libera alla somministrazione di questi medicinali anche nei bambini? E’ così impossibile curare l’iperattività di alcuni giovani con il dialogo, l’ascolto, prima di rendere necessario un trattamento medico? E’ possibile che lo psicofarmaco sia diventato quasi una moda e la soluzione più facile, come se fosse il risolutore unico dei problemi infantili?
11 milioni di bambini negli Stati Uniti. 60.000 in Italia (un bambino su 10). Questi i dati che accompagnano tutte queste domande che hanno lo scopo di intraprendere un percorso negli aspetti più controversi e discutibili di questo ricorso massiccio, anche in Italia, degli psicofarmaci di ultima generazione, gli Ssri (come il Prozac) le cui innumerevoli denunce e ricerche hanno evidenziato i terribili effetti collaterali che possono indurre nei minori.
Anti-depressivi che circa 5 milioni di italiani usano regolarmente, tra cui il 7 per cento degli adolescenti e, si stima, anche un bambino su dieci. Dati che si trasformano in incassi colossali per le aziende farmaceutiche ma che si stanno macchiando di un’aurea oscura per colpa di alcuni effetti collaterali che questi SSRI sembrano far emergere nel lungo periodo, soprattutto negli adolescenti. Nel 2009 il Washington Post ha riportato i risultati di un nuovo studio federale svolto negli USA che vanno a confermare altri casi precedenti: gli psicofarmaci ai bambini sono inutili sul medio-lungo periodo. La nuova ricerca ha indicato che un impiego a lungo di SSRI nei bambini in cura per la sindrome di iperattività (“Adhd”) può arrestare la crescita dei minori, aumentare le tendenze suicide e rivelarsi anche meno risolutore di problemi rispetto a una terapia basata sulla parola.
Ma i campanelli d’allarme erano già suonati ripetutamente rimanendo però imbrigliati nel potere di marketing delle case farmaceutiche e l’operato non incisivo della FDA americana (la Food and Drug Administration) che deve controllare, tra le altre cose, anche i farmaci in commercio e i suoi effetti.
Nel 2006 la FDA impose alla casa farmaceutica Eli Lilly & Co. di rivedere l’etichetta del farmaco Strattera per includere l’avvertimento sui rischi di pensieri suicidi in bambini che lo assumevano. Nello stesso anno sempre la FDA ha approvato il rinnovamento dell’etichetta-mento per l’antidepressivo Effexor che ora indica che il farmaco può indurre a ideazioni omicide. Nel 2006 una ricerca del British Journal Psychiatry della durata di quasi 12 settimane su bambini che usavano antidepressivi evidenziò che il 2/3 di questi soggetti venivano coinvolti in episodi auto lesivi o di tentato suicidio.
Tutti effetti che vengono alla luce a farmaco già in commercio perché le case farmaceutiche non hanno l’obbligo di pubblicare tutti i risultati legati ai test di un nuovo medicinale. “Si ha la sensazione che siano troppe le medicine innovative che arrivano sul mercato, ottimamente tollerate, ma che dopo alcuni anni o mesi si scoprono controindicazioni, e che subiscono restrizioni, fino alla sospensione”. Le parole del dottor Silvio Garattini, direttore dell’Istituto ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano, si allacciano all’accusa che le lobby farmaceutiche siano veloci ad immettere nuovi farmaci in commercio rendendo noti solo i risultati di tollerabilità nei soggetti che ne fanno uso, confermando la tendenza di medicine “me too”, cioè farmaci fotocopia di altri già in commercio che introducono solo piccole variazioni nelle sostanze che contengono investendo pochissimo in nuove ricerche e studi sulle stesse.
A tal ragione lo stesso Garattini conferma che “la ricerca viene fatta solo in pochi centri, si concentra su poche aree con grande mercato da cui si aspetta un forte ritorno”.
A marzo dello scorso anno, è stato reso noto dal “Bollettino di farmacovigilanza AIFA” che due bimbi in terapia per ADHD, a cui veniva somministrato il farmaco Strattera che contiene atomoxetina, hanno manifestato tendenze suicide. Il fatto era accaduto nel 2008 ma l’Agenzia Italiana del Farmaco lo ha comunicato solo mesi dopo. “E’ incomprensibile come l’AIFA non abbia emesso sollecitamente un comunicato su questi fatti così gravi. Lo Strattera è lo psicofarmaco più utilizzato in Italia per sedare i bambini troppo aggressivi o distratti”. La protesta di Luca Poma, giornalista e Portavoce nazionale di “Giù le Mani dai Bambini”, delinea ancora una volta l’inspiegabile lentezza con cui vengono denunciati gli effetti collaterali di alcuni farmaci da parte delle agenzie nazionali predisposte al controllo.
Poma non si nasconde e parla chiaro: “Ogni ritardo burocratico si traduce in un margine di business per i produttori di queste medicine. Gli interessi delle multinazionali del farmaco sono molto ben rappresentati anche in Italia all’interno delle nostre istituzioni”. E c’è chi indaga su questi fatti in Italia? Luca Poma ribatte con un altro fatto sconcertante: “Una Commissione d’Inchiesta sul Servizio Sanitario Nazionale non ha rilevato conflitti d’interesse nel Cda dell’AIFA ma perché allora fanno finta di niente sulla nostra segnalazione di pubblicare per ognuno dei loro funzionari i loro rapporti diretti e non con i produttori di farmaci?”.
Multinazionali del farmaco, la somministrazione complice e tacita di alcuni medici, effetti che poi si rivelano terribili a lungo termine. In tutto questo intricato puzzle forse quello che manca è una cultura del dialogo genitori-figli problematici. L’uso del farmaco per calmare l’iperattività sembra aver varcato quella soglia del caso isolato per arrivare alla normalità. Si cerca di contenere il male del bambino senza farlo uscire fuori e solo il dialogo, e nessuna medicina, possono riuscirci. Intossicare può quietare farmacologicamente il ragazzo ma il malessere non si cancella e può riesplodere nel modo più terribile, come un urlo che dice “basta, lasciatemi in pace”. Il marketing delle multinazionali è implacabile, plasma le abitudini, crea bisogni e contro questo è difficile combattere. Ciò che resta è il valore di un genitore che sceglie, prima del farmaco d’aiuto, la via della terapia della parola, magari supportato da un esperto e questo dovrebbe essere il primo passo per contrastare il fenomeno del “farmaco-facile”, prima di annebbiare una mente giovane e ingabbiare i suoi pensieri e i suoi bisogni.
