Piramide mafiosa condannò Rostagno
Il pentito Sinacori conferma responsabilità di “Cosa nostra”
Continuano le audizioni dei pentiti al processo per l’omicidio di Mauro Rostagno. Erice, aula bunker del carcere di San Giuliano, mercoledì scorso interrogato Vincenzo Sinacori: ex capo mafia di Mazara, uomo vicino a Mariano Agate, Totò Riina, e all’attuale boss latitante Matteo Messina Denaro, con cui condivideva il covo fino all’arresto nel 1996.
La deposizione Sinacori conferma il quadro già tracciato dal pentito Francesco Milazzo (http://www.ghigliottina.it/new/la-cupola-uccise-rostagno/). Immaginate una piramide: la base ha come spigoli Agate Mariano capo cosca di Mazara, sostituito da Francesco Messina, detto “Mastro Ciccio”, nei periodi di detenzione. Virga Vincenzo capo del mandamento di Trapani nel 1988. Francesco Messina Denaro boss di Castelvetrano. Quest’ultimo è inoltre capo della struttura organizzativa superiore: la cupola provinciale. Al vertice della piramide Totò Riina.
Questo il contesto dell’omicidio Rostagno. Bisogna estirpare l’idea che la “vera” mafia sia quella di Palermo, mentre le altre siano accessorie. La mafia è un’organizzazione criminale e politica, basata su un modello gerarchico-piramidale, unitaria e poliedrica.
Il Pm Del Bene incalza Sinacori su chi abbia dato ordine di uccidere Rostagno. Sinacori risponde: «In quel periodo senza l’assenso di Riina non si uccideva nessuno, poi si passava per il capo provincia o la provincia. Capo provincia era Messina Denaro Francesco. Il delitto poteva essere demandato ad altri o lo poteva eseguire lui con l’assenso della provincia. La regola di Cosa nostra era che l’omicidio doveva essere autorizzato: a Trapani competente per i delitti era Virga, che doveva anche lui autorizzare il delitto, se commesso nel suo territorio. Nel 1988 Virga era capo del mandamento di Trapani».
A dimostrare la poliedricità mafiosa le precisazioni di Sinacori in merito al potere di Vincenzo Virga sul finire degli anni ’80. Virga gestiva imprese edili, si occupava dello smaltimento dei rifiuti ospedalieri, tutto attraverso una rete di prestanome.
Movente dell’omicidio, secondo il pentito, la professione di giornalista di Mauro Rostagno per Rtc. «Rostagno ogni giorno parlava male della mafia, dei processi contro i mafiosi, del processo per il delitto del sindaco di Castelvetrano, Lipari. E poi portava le telecamere nel processo in corso contro Mariano Agate».
Miceli, avvocato di parte civile, ha ampliato la prospettiva, introducendo ulteriori scenari: la gestione dell’appalto per il porto di Mazara; il coinvolgimento di Pino Lipari, geometra legato alle famiglie di Palermo, nello smaltimento dei rifiuti ospedalieri con Virga e l’ingegnere Udine. In pratica i legami mafia-politica.
A proposito del luogo del delitto, Sinacori ricorda che non era illuminato. Precisa che il possibile coinvolgimento di Enzo Mastrantonio, tecnico Enel, affiliato a “Cosa nostra”, ucciso poco dopo l’omicidio Rostagno, resta una sua supposizione. Nessun dubbio, invece, sull’abilità di Vito Mazzara nell’uso delle armi, né sul fatto che fosse uomo di fiducia di Vincenzo Virga.
I due sono accusati di essere, rispettivamente, esecutore materiale e mandante dell’omicidio Rostagno. Prossima udienza il 21 dicembre. Sarà la volta dei pentiti Vincenzo Calcara e Rosario Spatola.
