Per favore non chiamateli vecchietti
(Ri)tornano i Buzzcocks in Italia – ma non c’è spazio per la nostalgia. Rock Planet, Pinarella di Cervia, 30 gennaio. Arriviamo al Rock Planet verso le 22. Il freddo è intenso e la neve per strada, sugli alberi e sui tetti degli edifici fa pensare ad una qualche località di montagna, piuttosto che alla riviera romagnola. Fuori dal locale non c’è ancora nessuno e l’unica musica che si sente è quella del bar/pizzeria/sala giochi proprio lì accanto, dove molti ragazzi sono andati a rinchiudersi ed a scaldarsi, per scrollarsi di dosso il gelo di quest’ultimo sabato di gennaio. Decidiamo di andare a scaldarci altrove anche noi e torniamo dopo circa un’ora e mezzo: le porte del Rock Planet sono aperte, c’è della fila. La serata sta per iniziare.
Stasera suonano i Buzzcocks, uno dei gruppi chiave della prima ondata del punk inglese, quella, tanto per capirci, che si presentò al mondo con il ghigno un po’ storto, lo sguardo fisso (ricordo della meningite avuta da bambino) e il diluvio di oscenità che fuoriusciva dalla bocca di Johnny Rotten ed i “suoi” Sex Pistols, nati dalla mente visionaria di Malcom McLaren, all’epoca ingegnoso e spregiudicato giovanotto di origine scozzese e compagno di quella che diventerà una delle più discusse e controverse stiliste di moda, Vivienne Westwood.
Un punk spesso fumettistico, eccessivo e sboccato che in Italia ha avuto rari rappresentanti a livello strettamente musicale – anche se, per quanto riguarda l’immagine e lo stile, sia stata una delle ‘mode’ più profiliche in assoluto.
Il punk italiano aveva le fattezze incavate e la cantilena cupa, profonda ed ipnotica di Giovanni Lindo Ferretti dei CCCP, l’esuberanza futurista dei Gaznevada, la voce acuta da ragazzina ribelle che stacca la testa alle bambole di Jo Squillo insieme alle Kandeggina Gang ed il sound rabbioso, schiumante ed aggressivo dei Nerorgasmo – forse la band più radicalmente punk di tutte, di vita breve, fulminante, bruciante.
I Buzzcocks sono un pezzo di storia della musica, dei ragazzini di Manchester che infilavano pedali e cavi nelle buste di plastica dei supermercati perché non potevano permettersi l’ acqusito di custodie per i loro strumenti che erano al limite del giocattolo. Non appena questi quattro ’signori’ vestiti nel modo meno punk che si possa immaginare, salgono sul palco (dopo la performance del gruppo spalla, Les Bondage) il peso della storia e quello degli anni, collidono in aria e diventano polvere; una polvere che viene spazzata via da un’energia travolgente, da un vortice di suono che lascia poco spazio ad altro.
Si poga, sotto il palco, si poga senza violenza, si poga in allegria. C’è solo una gran voglia di divertirsi, di godere della musica che ha influenzato centinaia di artisti emergenti nella scena alternativa. Per un’ora e mezzo circa, ci si dimentica di essere appena entrati nel 2010, che dagli inizi della carriera dei Buzzcocks sono passati più di trent’anni. Per un’ora e mezzo, non si fa caso al fatto che Pete Shelley sia comunque invecchiato ed un po’ appesantito o che le rughe sul volto di Steve Dingle siano aumentate.
Per un’ora e mezzo c’è solo energia. E musica suonata in modo sorprendente che non fa rimpiangere il passato, tutt’altro. Il concerto dei Buzzcocks non è certo un inno ad una qualche nostalgia (canaglia) o un voler ricordare i ‘bei tempi andati’. No. I Buzzcocks suonano come se non fosse passato un minuto dal loro disco d’esordio, ed anche se la formazione non è più quella originale, non va affatto ad inficiare il risultato del concerto, che è quello di una serata all’insegnata della vera buona musica, quella musica che è ancora attuale, malgrado in mezzo ci sia un gap temporale di un certo rilievo.
Dopo il bis – durante il quale suonano le loro hit più famose, come What Do I Get? Orgasm Addict e Oh Shit! i nostri anti-eroi dimostrano di essere anche persone squisite, permettendo ai fans di entrare in camerino. In realtà, ad aspettare che le porte si aprano, siamo solo in due, perché il resto del pubblico, forse, è troppo giovane per aver voglia di scambiare quattro chiacchiare con questi simpatici musicisti britannici, che non fanno le rockstar, tutt’altro, e che non negano certo uno scambio di battute (ed un abbraccio) a chi lo desideri.
Quando esco, dopo pochi minuti, per l’affollatissimo dancefloor risuona California Uber Alles dei Dead Kennedys (altro tassello del complesso puzzle-punk, questa volta di provenienza statunitense). Salta subito all’occhio la giovane età dei ragazzi che si muovono per il locale e mi rendo conto che è davvero il 2010; ma dietro la porta chiusa alle mie spalle, il tempo non conta. Il tempo non è mai passato.