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Insulti Maometto, paghi con la vita

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Decine di cristiani muoiono ogni giorno per colpa di una legge.

Maometto era poligamo e pedofilo, perché aveva nove mogli e l’ultima di 9 anni”: per questa frase pronunciata nel corso di una trasmissione televisiva, Daniela Santanchè potrebbe essere accusata di blasfemia e rischiare quindi l’ergastolo o la pena di morte. Ma non siamo in Pakistan, siamo in Italia, e quindi l’ex parlamentare non rischia né il carcere a vita né la vita stessa ma “solo” una querela da parte dell’Unione delle Comunità islamiche in Italia (Ucoii).

Il Pakistan, più di 160 milioni di abitanti, è il secondo Paese musulmano al mondo, dopo l’Indonesia. Circa il 95 per cento della popolazione è infatti di religione musulmana (75% sunniti e 20% sciiti) mentre i cristiani rappresentano solo il 2 per cento del totale. Qui il Codice penale (Sezione 295 B e C) punisce con l’ergastolo o la pena di morte chi offende il Corano e insulta il profeta Maometto, sezione più comunemente e tristemente nota come “legge sulla blasfemia”.

La legge, introdotta nel 1986 dal dittatore pakistano Zia-ul-Haq, è diventata nel corso del tempo uno strumento di discriminazioni e violenze. In suo nome ogni anno vengono perseguitati decine di appartenenti a minoranze religiose e a volte i musulmani stessi. La legge sulla blasfemia, infatti, costituisce ormai un pretesto per attacchi, vendette personali o omicidi mirati, una scusa per rivolgere accuse false e infondate, ma spesso sufficienti, purtroppo, a innescare delle vere e proprie rappresaglie contro non soltanto il blasfemo o presunto tale (che viene punito in base a quanto previsto dal Codice Penale) ma contro tutta la comunità di riferimento, come se la colpa (o presunta tale) dell’uno macchiasse tutta la sua comunità religiosa.

Secondo i dati della Commissione nazionale di Giustizia e Pace della Chiesa cattolica (Ncjp), dal 1986 all’agosto del 2009 almeno 964 persone sono state incriminate per aver offeso il Corano o diffamato il profeta Maometto. Fra questi 119 erano cristiani, di questi il 50 per cento uccisi negli ultimi 8 anni.

Recenti episodi contro la comunità cristiana si sono verificati ad esempio il 30 luglio 2009, quando migliaia di fondamentalisti islamici hanno “invaso” il villaggio di Koriyan incendiando 51 abitazioni, in seguito a un presunto caso di blasfemia, e il primo luglio 2009, quando un giovane cristiano è stato torturato da un gruppo di musulmani ed è stato poi arrestato dalla polizia con l’accusa di aver bruciato pagine del Corano; e così via, di casi simili, andando a ritroso, se ne potrebbero elencare moltissimi altri.

Oltre ai continui episodi di violenza le minoranze religiose subiscono ogni giorno forme di discriminazione sociale e professionale per cui i non musulmani non sono ammessi come giudici o avvocati nel corso di processi o, come prevede la stessa Costituzione “non possono assumere la carica di Presidente o di Primo Ministro”.

Per questo, con l’obiettivo di cancellare la legge sulla blasfemia e fermare quindi il ciclo di ingiustizie e violenze contro le minoranze religiose, Ncjp ha intrapreso una campagna di sensibilizzazione, che toccherà anche alcune capitali europee, per portare alla ribalta un tema a cui spesso non si dà molta evidenza. Un tema che non è rilevante solo per il Pakistan, ma per tutta la comunità internazionale, in quanto la legge sulla blasfemia è una evidente violazione dei diritti umani che va poi a rafforzare un fondamentalismo islamico già notevolmente radicato nel Paese.

Le speranze che le minoranze religiose che vivono in Pakistan non siano più oggetto di persecuzione possono essere ben espresse attraverso le parole di Ali Jinnah, padre fondatore della nazione, nel suo discorso davanti alla prima Assemblea Costituente del Pakistan (11 agosto 1947): “Voi siete liberi; siete liberi di frequentare i vostri templi, siete liberi di andare nelle vostre moschee o in qualsiasi altro luogo di culto dello Stato del Pakistan. Voi potete appartenere a qualsiasi religione, casta o credo – questo non ha nulla a che vedere con gli affari dello Stato (…). Vogliamo partire da questo principio fondamentale: che siamo tutti cittadini e cittadini con pari diritti di un unico Stato. Ora, penso che dovremmo tenere bene a mente questo aspetto quale nostro ideale e scoprirete che, con il passare del tempo, gli indù smetteranno di essere indù e i musulmani smetteranno di essere musulmani, ma non dal punto di vista religioso perché questo riguarda l’ambito personale della fede professata da ciascun individuo, ma dal punto di vista politico quale cittadini dello Stato”.

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