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Notizie false e finti scoop

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Correvano in macchina a 180 all’ora per raggiungere il Papa ricoverato in ospedale, tre suore fermate in autostrada tra Torino e Aosta”.

E’ morto Bruno Pizzul, famoso telecronista della Rai, stroncato da un infarto all’età di 71 anni, una ragazza ha testimoniato l’arrivo dell’ambulanza sotto la sua abitazione“.

Il mondo interno è in ansia per il piccolo Falcon Heene, di sei anni, rimasto chiuso dentro un pallone aerostatico che, staccatosi da terra, ha preso il volo fluttuando per ore nel cielo per poi ricadere al suolo senza nessuna traccia del bambino”.

Sono solo alcuni degli ultimi casi di false notizie o vere e proprie bufale apparse sulla stampa e sul web. Confezionamenti di storie e di eventi che, ognuno a suo modo, sono stati prontamente smascherati.

Nel primo caso, del 18 luglio scorso, la bufala è stata scoperta grazie ai sospetti dell’Avvenire sulle troppe vicende stravaganti che avevano coinvolto figure religiose in quel periodo: le agenzie, infatti, avevano da  poco pubblicato la notizia di una neo-suora, le cui foto piccanti erano state pubblicate su Facebook, e di un sacerdote che guidava ubriaco dopo aver celebrato quattro messe di seguito.

La notizia della morte di Bruno Pizzul si è sparsa il 14 ottobre e sono bastate le telefonate fatte allo stesso giornalista e alla moglie, in quel momento impegnati in una partita a carte, per smascherare lo scherzo.

Pizzul non è stato certo il primo a “subire un funerale” anticipato sui media. Tra le morti apparenti più famose ci sono quelle di Monica Vitti, la cui notizia del suicidio apparve sulla pagine del prestigioso Le Monde,  e quelle di Sofia Loren, Sean Connery (1993), Frank Sinatra, Giorgio Armani (1995), Gianni Morandi e Marlon Brando (1996). Notizie appetitose, quelle della morte di personaggi pubblici e celebrità, finti scoop che garantiscono visibilità immediata e tanti click su Internet. Sul tema dei falsi “passaggi a miglior vita” Marco Predolin, nel 1992, ha pubblicato un libro – “Chi non muore si rivede” – come risposta a chi in precedenza aveva diffuso la notizia del suo decesso a causa dell’Aids.

L’Osservatorio Europeo di Giornalismo, fondato all’Università della Svizzera italiana, ha creato addirittura un elenco di finti scoop e bufale giornalistiche, citando solo i casi più curiosi e spettacolari perché una lista completa sarebbe stata difficile e forse troppo grande da compilare.

Tornando ai casi più recenti di notizie false citati sopra, la terza bufala è invece il frutto di una creazione a tavolino da parte di un padre che cercava visibilità e pubblicità. E proprio la sua notorietà ha contribuito a smascherare la messa in scena. Un personaggio così avvezzo ai reality show e alla tv e in procinto di partecipare ad una di queste trasmissioni, guarda caso su oggetti volanti, di certo non poteva rappresentare una fonte sicura sull’autenticità dell’evento. Ma, bufala o no, il racconto del mistero di un bambino scomparso da un pallone aerostatico mentre sorvolava il Colorado ha comunque fatto in poche ore il giro del mondo. Se il padre nel diffondere la falsa notizia della scomparsa di suo figlio non ha certo fatto una bella figura ha comunque raggiunto il suo obiettivo di farsi pubblicità.

Ma c’è chi con le bufale ha addirittura vinto il Pulitzer: l’articolo che si aggiudicò il premio fu pubblicato il 29 settembre 1980 sul Washington Post da Janet Cooke.  Raccontava la storia di «Jimmy, otto anni, figlio di genitori tossicodipendenti discendenti di altre due generazioni di famiglie con problemi di droga, un precoce bimbo dai capelli color sabbia, vellutati occhi scuri e segni di aghi che gli marcavano la pelle levigata di quel magro braccio scuro». La descrizione di quel bambino segnato fisicamente fin dall’infanzia per colpe non sue attirò talmente tanto l’interesse dell’opinione pubblica americana da portare a una vera e propria mobilitazione popolare per salvare la vita del piccolo. Ma la storia faceva acqua da tutte le parti e la giuria del premio chiese più volte Janet Cook di rivelare quali fossero le sue fonti. La giornalista all’inizio si avvalse del suo diritto professionale di non rivelare la fonte, ma poi le tante pressioni la convinsero ad ammettere che l’intera storia era frutto della sua invenzione. La rivelazione le costò il posto al Washington Post e il tanto ambito premio Pulitzer, che dovette restituire.

Per ulteriori informazioni vedi il sito dell’European Journalism Observatory

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