Natale amaro per i dipendenti Fiat di Cassino
“E’ diventata una situazione drammatica, le istituzioni promettono e non mantengono ed è ormai un anno che questa situazione persiste. Con quale speranza porto avanti una famiglia se le spese di casa corrono e noi non sappiamo che fine faremo?”.
A parlare è un operaio dello stabilimento Fiat di Cassino che ha preferito non rivelarci il nome. L’azienda ha disposto il fermo della produzione dal 30 novembre al 7 dicembre e gli operai chiedono risposte chiare e maggiori garanzie visto che questo Natale, come lo scorso, dovranno fare i conti non solo con la riduzione di stipendio del 50/80 per cento, ma addirittura con un eventuale licenziamento.
Un panettone decisamente amaro quello che riceveranno sulle tavole natalizie.
Proprio mentre si discute del futuro piano industriale le tute blu sono state costrette a tornare a casa per un nuovo periodo di ammortizzatori sociali. Il numero delle persone che hanno perso il proprio posto di lavoro è salito nel frattempo a quota 2.500.
Purtroppo il tasso di disoccupazione ha superato il 16 per cento ed i sindacati temono per gli stabilimenti del centro sud che ruotano attorno all’indotto Fiat; 30 le aziende che rischiano la chiusura, tra le quali la Mac, azienda che si occupa di stampaggio e assemblaggio di lamiere che da lavoro a 107 dipendenti e la Skf, leader mondiale per la produzione di cuscinetti a sfera.
Di fronte questo scenario, il fronte sindacale è deciso a dare battaglia per difendere la sopravvivenza degli stabilimenti e ha imposto l’ennesimo aut aut alla casa automobilistica: “O si fa chiarezza una volta per tutte oppure siamo pronti alla mobilitazione totale”. Si teme, soprattutto, la delocalizzazione totale della produzione in Serbia, Brasile e Polonia (in quest’ultima, oltretutto, si produce già la nuova Fiat 500).
Se gli operai dello stabilimento laziale hanno paura, quelli di Termini Imerese sono a dir poco disperati. L’unica certezza contenuta nel piano di rilancio produttivo del Lingotto, infatti, è la chiusura dello stabilimento siciliano entro il 2011 già annunciato da Marchionne. La nuova Y verrà trasferita in Polonia e non c’è alcuna certezza sul futuro dei 1500 dipendenti della fabbrica siciliana. Il Lingotto ha sempre detto di essere in attesa di proposte da parte delle istituzioni.
Si attende comunque ad inizio dicembre il nuovo piano della Fiat. A renderlo noto è il ministro per lo Sviluppo, Claudio Scajola, che ha affermato: “Valuteremo il piano Fiat e siamo pronti a fare la nostra parte, sostenendo quegli stabilimenti del Sud maggiormente in difficoltà per condizioni oggettive”.
Gli stabilimenti in questione sono: Melfi, Cassino, Pomigliano, e Val di Sangro, oltre a termini Imerese.
Quindi all’inizio di dicembre Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat, presenterà al Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il piano di rilancio del Lingotto, strumento indispensabile per capire quali produzioni saranno assegnate ai diversi stabilimenti della Nazione.
L’amministratore delegato della Fiat è stato chiaro: l’obiettivo del piano di rilancio è quello di produrre più automobili in Italia per riequilibrare una realtà da lui definita “non più accettabile”: nei cinque principali stabilimenti italiani dell’auto (Mirafiori, Cassino, Pomigliano, Melfi, Termini Imerese) con circa 22 mila addetti quest’anno si produrranno 645 mila vetture; nello stesso periodo, in Polonia, 6 mila addetti produrranno 600 mila vetture e in Brasile 8 mila 700 addetti ne produrranno 700 mila.
In questo momento l’unica piccola consolazione per gli operai di Cassino che insieme ai loro colleghi degli altri stabilimenti italiani e delle fabbriche dell’indotto vedono solo nubi all’orizzonte, arriva dal consulente giapponese Yamashima, che ha assegnato proprio alla fabbrica laziale la medaglia d’argento per la qualità e, almeno per il momento, mantiene il punteggio più alto tra tutti i migliori stabilimenti mondiali.
Forse l’Oriente non è poi così lontano…

E’ vero che la situazione occupazionale diventa sempre più critica nel ns territorio ma è pur vero che le istituzioni non sorvegliano la responsabilità sociale di quelle imprese che hanno e che godono di perenni aiuti statali come scusante per la salvaguardia dei posti di lavoro.
Sono stato licenziato nel 2007 da una azienda operante all’interno del sito Fiat di Piedimonte S.Germano, che nel 2000 rilevò un ramo d’azienda tanto protetto e tanto garantito dai sindacati, senza aver sortito alcun stupore alle forze sindacali presenti anche visto l’età e una situazione monoreddituale oltre agli accordi interni di mobilità volontaria quale salvaguardia di coloro senza requisiti.
Il Natale dei cassintegrati sarà povero ma sarà pur sempre un natale gioso in famiglia mentre aver perso l’unico reddito di mantenimento familiare significa non festeggiare più questo natale cosi come i futuri e altre ricorrenze che provocano sofferenza e isolamento a chi come me può solo vedere la festosità negli altri e non essere protagonista.
Ciò che servirebbe è un patto inderogabile di responsabilità tra le industrie del territorio e le istituzioni oltre ad una politica nazionale di scrematura dei soggetti imprenditori che abusando del ” made in Italy ” delocalizzano la produzione all’estero senza mai considerare l’impoverimento della ns economia interna dovuta alla mancanza di fonti occupazionali e cioè di generazione di reddito.
C’è molto da lavorare su questo tema ma ciò potrà avvenire solamente quando la ns classe politica prenderà coscienza della vera situazione in cui versa l’intero paese e non una sola parte di esso.
Lo Stato dovrebbe pensare ad una politica di ” delocalizzazione interna delle imprese ” permettendo alle regioni di autoregolasi le imposizioni fiscali in modo di attrarre investimenti i quali a loro volta generare occupazione e cioè redditi che su base quantitative permetteranno un maggior afflusso di entrate fiscali…….
Potremmo parlare seriamente e proporre tante soluzioni ma al momento la realtà è sopravvivere ad ogni giorno che arriva.
Auguri di buone feste.
Franco