Marea nera
Catastrofe ambientale negli USA; secondo le stime, l’ecosistema impiegherà cinquant’anni per riprendersi.
E’ cominciato tutto a circa 70 km a largo della Louisiana, nel Golfo del Messico, martedì 21 aprile. All’inizio sembrava che si trattasse “solo” dell’esplosione di una piattaforma petrolifera (appartenente alla Transocean, lavorante per la BP), che non avrebbe arrecato conseguenze troppo gravi all’ambiente; sembrava si trattasse, piuttosto, di recuperare feriti e dispersi. Ma è bastato pochissimo per accorgersi che, in realtà, le cose stavano diversamente.
Per alcune ore la guardia costiera aveva assicurato che non ci sarebbero stati grossi rischi, sebbene la Deepwater Horizon (questo il nome della piattaforma) si fosse inabissata con tutto il suo contenuto di petrolio.
Ed invece non è stato così.
Si tratta di una vera e propria, immane, catastrofe ecologica.
Il petrolio fuoriuscito dalle tre falle (all’inizio si parlava solamente di due) si è portato, minaccioso ed inesorabile dal Golfo del Messico alle Isole Chandeleur, arrivando a toccare l’oasi protetta Pass-A-Loutre Wildlife Management Area, situata alla foce del Mississippi.
Secondo le ultime notizie, una delle tre falle, la più piccola, sarebbe stata ‘rattoppata’, ma si sa bene che questo non diminuirà certo la portata dei danni arrecati all’ambiente.
Nei giorni scorsi si è parlato di sanzioni nei confronti della società British Petroleum, per la quale, come già detto, lavora la Transocean; il presidente Obama si è recato in Louisiana, sui luoghi di quella che si può senza dubbio definire una vera e propria tragedia; lo stesso governatore della Louisiana ha rivolto appelli affinché fossero stanziati fondi per cercare di arginare una catastrofe di simile portata.
Intanto, però, gli esperti parlano chiaro. A quanto pare, ci vorranno almeno cinquant’anni all’ecosistema della zona colpita (nel frattempo, ovviamente, la marea nera non si ferma e continua a crescere e a ‘divorare’ tutto ciò che trova sul suo cammino) per riuscire a riprendersi; la lunghezza (sconfortante) del tempo di recupero dà un quadro molto chiaro di come stanno le cose.
Malgrado si stia facendo di tutto per limitare i danni e salvare il salvabile, la situazione continua ad essere gravissima: le sostanze tossiche presenti nel petrolio hanno, infatti, contaminato la catena alimentare della fauna della zona. Moltissime, quindi, le specie a rischio o già colpite da quanto sta accadendo da molti giorni a questa parte; una di queste è il tonno atlantico il quale si trova proprio nella ‘zona rossa’, poiché è in queste aree che questa specie (già in via di estinzione) depone le uova.
Ma non è certamente solo il tonno atlantico una delle vittime; si parla anche di cinque specie di tartarughe marine, delle conseguenze per tutti quei pesci che si nutrono del krill presente nella zona (oramai contaminato) e di una incalcolabile quantità di uccelli: dai pellicani a 96 specie di passeri, passando per molti altri uccelli migratori.
Si sono anche evidenziate le eventuali ripercussioni che questa spaventosa ed inesorabile marea nera avrà sulla politica energetica del governo Obama, ma, davanti alle disarmanti immagini di animali agonizzanti avviluppati dalla vischiosità di questo ‘veleno nero’ (mi si passi il termine) non si può certo fare a meno di pensare come, in tempi come questi, con l’ambiente sempre più sofferente per le azioni (talvolta davvero avventate) dell’uomo, un disastro del genere non faccia altro che precipitare di più una già delicatissima e precaria situazione ecologica.
