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L’oro bianco campano è in crisi

Nel 2007 l’Unione Europea minacciava di tagliare i fondi e comminare multe salatissime all’Italia se non avesse provveduto in tempi più che celeri ad affrontare e risolvere l’emergenza brucellosi in Campania. Le bufale campane e in particolare quelle casertane in alcuni casi soffrivano, ieri come oggi, di brucellosi: un’infezione batterica che può colpire diverse specie animali e che nel caso specifico ha colpito il bubalus bulalis nostrano, ossia la bufala mediterranea italiana.

L’infezione è trasmissibile, in particolare attraverso il consumo di latte non pastorizzato. È risaputo che l’allevamento bufalino in Italia, presenta una peculiarità, o meglio un’anomalia (si parla infatti per esso di monocultura zootecnica e monocultura industriale): si tratta, appunto, di una produzione da latte destinato a essere trasformato in un unico prodotto: la famigerata mozzarella di bufala. Da ciò è nato il lungo braccio di ferro tra allevatori e istituzioni per risolvere il difficile problema.

Sulla carta il problema sembrava di facile risoluzione: bisognava abbattere i capi malati così da contenere l’infezione. Ma la situazione non è così semplice. La trasmissione della malattia in un allevamento può avvenire per ingestione di materiale contaminato, per via venerea o per l’insorgenza di un’infezione latente. In un allevamento precedentemente negativo può avvenire per l’ingresso di un animale infetto o per il mescolamento di animali sani e infetti. Insomma è presto detto: un animale infetto infetterà l’intera stalla.

Ecco come i numeri sono divenuti presto considerevoli. Circa il 30 per cento dei capi allevati sono risultati positivi al Ring Test, l’esame sierologico che permette di individuare la malattia. Si tratta di circa 17 mila capi da abbattere, anche se reperire i numeri non è facile.

Voci di corridoio, e in questo caso voci di mattatoio, riferiscono che in alcuni tra i più grandi macelli della regione (in totale non più di sei), tra quelli indicati dal Commissario straordinario all’emergenza brucellosi Andrea Cozzolino – già assessore alle Attività produttive e all’agricoltura della regione Campania – nei giorni dediti alla mattazione delle bufale si è proceduto anche a 250 abbattimenti al giorno. E ormai la cosa va avanti da mesi.

La carne di bufala ha un sapore neutro quasi sciocco, direbbero i fiorentini, di conseguenza non ha un vero mercato, se non per pochi cultori. Anche se si tratta di una carne particolarmente magra, quindi adatta a regimi alimentari dietetici.

Comunque le carni di animali positivi alla brucellosi non sono veicolo di trasmissione della malattia stessa. Ed ecco che dai mattatoi, attraverso vari mediatori, gli animali macellati escono diretti verso paesi lontani, quali quelli africani, o verso la filiera della trasformazione carne.

Comunque per allevatori, istituzioni e servizio sanitario nazionale l’obiettivo è quello di contrastare anzi sradicare la malattia, anche se si è coscienti che si tratta di una patologia recidivante quindi ciclicamente si ripresenterà negli allevamenti.

La task force della struttura commissariale messa su per contrastare la brucellosi bufalina dalla provincia di Terra di Lavoro contempla oltre gli abbattimenti, un programma di profilassi finanziato dal Governo con 66 milioni di euro. Uno degli elementi fondamentali del programma è la vaccinazione obbligatoria con l’Rb 51 per i capi tra i 6 e i 9 mesi, un presidio immunizzante che presenta il vantaggio di non interferire con le prove sierologiche ufficiali. Inoltre, il programma prevede il controllo delle movimentazioni; l’identificazione elettronica – attraverso boli ruminali – dell’intero patrimonio bufalino, e questo è stato indubbiamente uno degli elementi innovativi più importanti. Infatti nel 2007 e 2008 numerose indagini condotte dai Nas hanno condotto agli arresti personaggi molto vicini ai clan locali che hanno tentato di speculare sulla stessa malattia. Inoltre, è stata pianificata la verifica costante della corretta iscrizione nella banca dati nazionale di tutte le aziende e di tutti i capi censiti (176.759), con l’indicazione del relativo stato sanitario e il controllo annuale degli allevamenti.

La regione Campania è, inoltre, intervenuta con delibere inerenti la concessione di indennizzi integrativi per l’abbattimento di animali della specie bufalina a causa di patologie quali la brucellosi. Con la delibera 1497 del 2006 la regione ha provveduto all’erogazione di un contributo straordinario per gli allevatori coinvolti pari a 25milioni di euro, ripartiti nel quinquennio di attuazione della delibera stessa, al fine di tutelare i proprietari degli animali abbattuti ai sensi dei Decreti ministeriali 651/94, 592/95 e 358/96 inerenti l’eradicazione dal territorio nazionale di patologia quali la brucellosi. L’indennizzo integrativo regionale è giustamente subordinato alla sostituzione dei capi abbattuti anche perché l’obiettivo resta quello della rinascita di allevamenti fortemente compromessi.

C’è da dire però che un’attenta selezione negli allevamenti locali aveva permesso di introdurre una nuova razza di bufalo da latte chiamata murah, razza ora fortemente compromessa. Inoltre, in molti casi i capi abbattuti sono stati sostituiti con capi provenienti dall’est europeo, di dimensioni più piccole e meno pregiati.

La mozzarella di bufala è una delle voci principali del Pil campano: si tratta di un comparto che coinvolge circa 800 aziende e occupa oltre 5.000 lavoratori molti dei quali provenienti d’antica patria di questi giganteschi animali: indiani e pakistani. All’emergenza sanitaria si affianca, dunque, quella economica e occupazionale. E in tempi di crisi generale non è una notizia da prendere “sotto gamba”.

Proteggere, tutelare, sostenere l’oro bianco campano è dunque il minimo che la Regione possa fare. Sorgono però inevitabili perplessità sulla necessità, o meglio sull’opportunità, di adottare successive delibere nel maggio e agosto del 2008 che di fatto hanno eliminato la verifica documentata della avvenuta sostituzione dei capi abbattuti perché infetti con altri della stessa specie provenienti da allevamenti ufficialmente indenni dalla malattia. Sembra infatti che molti allevatori in parte demotivati, avendo visto sfumare il lavoro di una vita, (ricostruire un’intera mandria non è infatti cosa facile), in parte animati da spirito opportunistico stiano reinvestendo gli indennizzi in altri comparti produttivi.

Quello del mazzonaro è un mestiere duro e faticoso: sveglia all’alba, vincoli spazio-temporali, gli animali hanno i loro orari e vanni rispettati. I rischi sono tanti e le garanzie poche. Tutto ciò potrebbe compromettere seriamente il comparto caseario bufalino. La mozzarella di bufala campana è un marchio dop che va tutelato, in primo luogo perché è una voce troppo importante dell’economia locale e in una regione – la Campania –  e una provincia – Caserta – tra le ultime per produzione e innovazione, non si può assolutamente mettere a rischio l’economia locale.

Inoltre, la pioggia di denaro proveniente dalle varie istituzioni fa gola a molti, ed è sempre bene vigilare sui vari passaggi onde evitare spiacevoli scoperte nel futuro.

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