“Liti” sulla “legge bavaglio”
«Come si fa a sapere quando un telefono comincerà a “parlare”?».È l’interrogativo posto dagli amministratori del gruppo “Disobbedienza civile alla legge bavaglio (arrestateci tutti), nato su Facebook. Per farlo si sono serviti della “voce” del giornalista del Fatto Quotidiano nonché ex magistrato, Bruno Tinti.
«Ora, dopo 75 giorni si dovrà smettere. Chi usa quel telefono sta progettando un omicidio – spiegano -; non si sa dove n’è a danno di chi, né quando. Ma i 75 giorni scadono e si deve staccare la spina. E qualcuno non si sa chi, non si sa dove, sarà ammazzato».
E prosegue: «Il blocco delle intercettazioni impedirà le indagini, soprattutto quelle nei confronti di una classe dirigente che ha toccato il fondo dell’abiezione etica e criminale. Ma il blocco dell’informazione che è il secondo obiettivo della legge, distruggerà l’assetto democratico del nostro Paese».
Ma l’insurrezione civile” insorge anche nelle stanze di Montecitorio dove maggioranza e opposizione si scontrano a suon di emendamenti chiesti e negati.
Inizialmente era lo stesso presidente della Commissione giustizia del Senato, Filippo Berselli, a difendere il termine dei 75 giorni: «Sono più che sufficienti».
Poi, finalmente l’accordo: i 75 giorni restano ma la magistratura può chiedere delle proroghe ogni 48 ore, sebbene organizzare gli uffici dei magistrati di 48 ore in 48 ore non faciliterà di certo i lavoro degli addetti ai lavori.
Ma non è tutto: oggetto del ddl anche temi quali “pedofilia” e “flagranza di reato”. Secondo la maggioranza le leggi attuali sono troppo “pesanti” e con il nuovo decreto si vuole smorzare la “tensione”. A spiegarne il motivo è il sottosegretario Caliendo: «Quando un diciassettenne e una tredicenne sono colti ad avere un rapporto, al momento per loro è previsto il carcere».
E il vicepresidente del Pd al Senato, Felice Casson teme che la norma possa «favorire anche i casi dei cosiddetti preti pedofili».
Sono tutti d’accordo insomma!
Ma il buon senso alla fine ha avuto la meglio, almeno in teoria: «Specificheremo meglio» ha dichiarato il presidente della Commissione giustizia di Palazzo Madama, Filippo Berselli.
Tra le modifiche “chieste” anche quella relativa agli 007 e alla segretezza del loro operato: «Ancora non ho visto il maxi emendamento di cui si parla ma questo provvedimento resta una legge cattiva – ha tuonato il senatore del Pd, Gerardo D’Ambrosio, capo del pool di Milano ai tempi di Mani Pulite -, fatta male perché non tutela la libertà e la segretezza e delle comunicazioni, un principio fondamentale stabilito dall’articolo 15 della Costituzione».
Positivo e soddisfatto sembra essere Pier Ferdinando Casini, al contrario del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro che si oppone a leggi che tendano a bloccare le intercettazioni e impediscano ai cittadini di potersi informare liberamente sull’operato del Governo e definisce le modifiche apportate all’ultimo minuto una «lavatina di faccia per raggiungere un obiettivo che resta sempre quello: bloccare le indagini e il diritto di informazione».
Ma ad essere poco convinto di quanto si stia “tramando” nelle stanze del potere sembra essere anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano che non aveva posto in essere solo la “questione degli 007” e sul maldestro tentativo di nascondere il loro operato avvalendosi del segreto di Stato; ma aveva chiesto di puntare gli occhi anche sulla salvaguardia della privacy, della libertà di stampa e d’indagine.
La partita, quindi, non sembra ancora del tutto chiusa e da ambo gli schieramenti si aspetta la prossima mossa dell’”avversario” per continuare a “giocare”.
