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L’Italia e i fondi UE

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Intervista a Silvia Castellazzi, consulente per le Politiche Comunitarie su capitale umano e mercato del lavoro

(di Alessia Furia)

Durante il periodo di crisi dell’estate 2011 si sono spesso citati i fondi europei come una possibilità, malutilizzata, per fare cassa e supportare il risanamento del Paese. In questo senso, la notizia di una possibile sospensione dei pagamenti entro l’anno se alcune regioni non forniranno le pezze giustificative o non miglioreranno il loro sistema di audit ha suscitato scalpore e indignazione. Ciò sembra supportare la tesi che i soldi ci sono ma non vengono utilizzati, o vengano utilizzati male, e che basti “volere fortissimamente” per migliorarne l’utilizzo.

Per lo sviluppo di un Paese servono fondi, ma anche strategia e volontà politica. Ne abbiamo parlato in questa intervista con Silvia Castellazzi, Consulente per la Commissione Europea e per l’Università, che ha vissuto diversi anni in Germania e lavorato per think tanks e università in Germania, Belgio e Paesi Bassi. “Fino a qualche giorno fa avevamo i fondi EU – afferma - ma né la strategia né la volontà politica per usarli. Ora abbiamo fondi e strategia: resta da augurarci che non manchi la volontà politica per tenerli insieme”.

Ma quale sarà il ruolo dei fondi sotto il nuovo governo? Cosa cambia ora che dovremmo finalmente avere le riforme? Può rappresentare una chance di un migliore utilizzo? Silvia Castellazzi crede di sì e comunque – lei dice -: “Se ne dovrebbe parlare”.

E’ un vero peccato non sfruttare al cento per cento i mezzi messi a disposizione…

Questo è vero in parte. I fondi sono solo lo strumento tramite cui attuare una strategia di sviluppo, ma se la strategia non c’è, i fondi servono a poco. Questo approccio del dire “spendiamo più soldi!” ha inoltre il problema di fare l’equivalenza tra spesa e qualità della spesa. Se infatti non spendere i fondi è deprecabile, spenderli non equivale necessariamente al fatto che siano spesi bene, intendendo con bene che siano efficaci ed efficienti.

Come si fa effettivamente a capire se i soldi sono spesi bene?

Purtroppo è difficile. Ad oggi si tende a una valutazione sui risultati a breve termine (cioè: quanti soldi sono stati spesi e quante persone o progetti sono stati finanziati), invece di fare una valutazione a medio-lungo termine che consideri gli impatti strutturali degli interventi. Mancano sistemi di monitoraggio omogenei e funzionanati messi in piedi ex ante, anche perché alcuni di questi sono oggettivamente difficili da valutare, e mancano sistemi di indicatori e valutazione capaci di raccoglierli. In questo senso, spesa non è uguale a spesa, e sollecitare una maggiore spesa, senza esplicitare congiuntamente la necessità di un miglioramento di strategia e capacità, non è necessariamente benefico.

Quale è la situazione dei fondi per l’Italia?

L’Italia è uno dei maggiori Paesi beneficiari e i fondi sostengono una parte rilevante delle spese sociali e per lo sviluppo nel nostro Paese. I due fondi strutturali presenti in Italia sono il Fondo Sociale Europeo (FSE) e il Fondo Europeo per lo Sviluppo Regionale (FESR). Il primo finanzia, con fondi allocati dalla Commissione per circa 7 miliardi su un periodo di sette anni (2007-2013), interventi per la forza lavoro, occupata e non, in termini di aggiornamento delle competenze, training, reinserimento, tirocini e apprendistati, master, e – insieme alle aziende – schemi e consulenza per migliorare la qualità del lavoro, orari e modalità, etc.

Va precisato che il FSE non finanzia sussidi di disoccupazione o cassa integrazione ma paga le politiche attive per il mercato del lavoro, che migliorano la posizione del lavoratore nel mercato del lavoro e le sue opportunità. Da notare che i 7 miliardi di Euro allocati sono in co-finanziamento, il Paese membro, l’Italia, in questo caso, deve contribuire con almeno altrettanti. Il FESR invece, con circa 22 miliardi di Euro dalla Commissione per i sette anni, finanzia infrastrutture e interventi territoriali di recupero, ricerca e sviluppo, interventi per il recupero/protezione ambientale, imprese etc.

Come vengono gestiti i mezzi stanziati dai fondi?

Le amministrazioni che li gestiscono sono le nostre amministrazioni, con tutti i pro e i contro del caso. Questo significa, sia a livello nazionale che europeo, che chi parte da una situazione di base migliore abbia maggiori chance di ottenere anche performance migliori, e viceversa. In realtà, tra gli interventi finanziati dai fondi ci sono anche quelli di cosiddetta “capacity building”, cioè supporto per la gestione stessa dei fondi, ma non sono finora stati sufficienti. Va notato che i fondi europei, grazie alle richieste stringenti di monitoraggio, hanno portato in diverse amministrazioni, sia in Italia che all’estero, l’attenzione per la rendicontazione e la consapevolezza del dover rendere conto di come vengono spesi soldi pubblici.

Come si inseriscono le politiche europee dei fondi nelle strategie nazionali?

I fondi possono essere spesi solo per determinate attività che vanno disegnate e pianificate anche sulla base della strategia nazionale, in termini di mercato del lavoro e infrastrutture. Non devono sostituire le attività nazionali, ma le devono completare   rafforzandosi a vicenda e andando nella stessa direzione. Questo purtroppo non  sempre avviene. C’è per esempio un disallineamento evidente tra il nostro mercato del lavoro e la strategia perseguita dalla EU per gli anziani, le donne, i disoccupati e i giovani. La segmentazione, il dualismo del mercato del lavoro – che si può riassumere in troppe garanzie/privilegi per gli uni e troppo poche opportunità per gli altri – non ha permesso una ottimale sinergia tra le strategie italiane e quelle comunitarie. E’ mancato l’allineamento a livello centrale, e anche la capacità nazionale di valutare positivamente e implementare su più larga scala alcuni degli input strategici provenienti da Bruxelles tramite i fondi.

Cosa cambierà con il nuovo governo?

Il discorso programmatico del Presidente Monti fa sperare nella possibilità di usare i fondi in maniera migliore. Alcuni dei temi annunciati si rifanno largamente a quella agenda sociale di ispirazione nordeuropea cui anche la Commissione guarda. Monti ha parlato di mobilità e di riforma degli ammortizzatori sociali per ridurre il dualismo del mercato del lavoro. I fondi sono strutturali e cioè adibiti a finanziare modificazioni strutturali dei Paesi. Servono a favorire investimenti nelle infrastrutture e nel capitale umano. Un esempio: la proposta di una finestra di pensionamento tra i 63 e i 70 anni di età se non vengono predisposti interventi per supportare i lavoratori fino a quell’età, si trasformerà solo in un taglio di costi.

Ci può spiegare meglio?

Un semplice innalzamento dell’età di pensionamento non mette i lavoratori nella condizione di lavorare fino a tarda età, ma costringe molti a uscire dal mercato del lavoro a 63 anni con una pensione inferiore. Mettere i lavoratori nelle condizioni di lavorare fino a tarda età significa interventi sull’aggiornamento delle competenze e l’acquisizione di  nuove, di restare al passo con le tecnologie, di affermare sistemi e orari di lavori che vadano incontro alle necessità di chi non ha più vent’anni. Tutto questo può essere finanziato dai fondi EU, se c’è la volontà politica di perseguire queste riforme. Questi interventi sono una parte fondamentale del processo che la politica o l’attuale governo tecnico devono perseguire per rendere “digeribile” le riforme che hanno in programma.

E sul fronte della riforma del lavoro?

Per quanto riguarda il discorso licenziamenti e la contrattazione aziendale, affinché chi sia già dentro il mercato del lavoro non crei ostacoli all’ingresso di chi è fuori, è necessario rompere alcuni di questi privilegi fornendo congiuntamente una rete di sostegno. Non si può avere la mobilità a costo zero, semplicemente tagliando, ma va accompagnata con investimenti. Inoltre, devono essere superate la barriere politico-culturali che ancora ci sono nel nostro paese. Finanziare un sistema flessibile costa, ma il risultato è una maggiore equità sociale che crea più eque condizioni di ingresso, restituendo al sistema quella competitività e quella dinamicità che si è andata perdendo.

(fonte immagine: http://www.ilcapoluogo.it/)

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