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L’integrazione nelle scuole
By Redazione on feb 08, 2010 in Primo Piano
Modena. Conoscere le tradizioni del luogo che ti accoglie o fare in modo che la scuola e la società diventino lo specchio della globalizzazione in uno scambio continuo di culture senza pregiudizi?
Sappiamo dare un senso alla parola “integrazione” o la usiamo come specchio per dare un senso al nostro dover apparire aperti all’altro? Tante domande che generano dubbi e interrogativi che diventano il filo conduttore di due temi sull’immigrazione che fanno parlare l’Italia da mesi e che hanno come protagonista la scuola: il tetto del 30% di stranieri nelle classi e l’ipotesi del dialetto come materia d’insegnamento. Razzismo e integrazione, sono queste le “roccaforti” d’opinione a cui si sono aggrappate le diverse forze politiche per definire queste proposte, ai “no” del Pd e Di Pietro, che etichettano come “inutili e pericolose” queste idee hanno risposto, prevedibilmente, in coro positivo Lega e Pdl.
Nel dettaglio la proposta del ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini è un tetto del 30% di alunni stranieri nelle singole classi a partire da settembre per scongiurare, con le sue stesse parole, “classi ghetto e il pericolo che gli studenti viaggino su due binari d’apprendimento diversi”. Era la scorsa estate invece quando Bossi e la Lega avanzarono l’idea di istituire il dialetto come insegnamento nelle scuole per mantenere vive le tradizioni del territorio. Pro e contro, polemiche, un’Italia che diventa razzista, un paese che vuole allinearsi al resto d’Europa in materia d’emigrazione, voglia d’integrazione per scongiurare tensioni in questa convivenza tra più culture, queste e altre etichette sono state usate dai politici e dalla gente comune ma dov’è l’equilibrio tra gli estremismi? Siamo davvero un paese pronto a diventare globale a 360 gradi o siamo solo abili nel metterci la maschera da “tolleranti” rimanendo irrimediabilmente diffidenti verso lo straniero? Potranno le nuove generazioni multietniche diventare una cosa sola o le differenze di cultura e razza sono davvero insormontabili?
“Sono profondamente convinto, e così tutta la Lega, che la lingua sia uno dei migliori veicoli per l’integrazione, specialmente le lingue locali che possono aiutare gli stranieri a comprendere a fondo quali siano le abitudini e i costumi legati al territorio dove vivono. Questo è un metodo d’integrazione”. Questo il parere decisamente a favore rilasciatoci da Matteo Salvini, segretario Provinciale della Lega Nord a Milano e parlamentare europeo, in cui l’onorevole usa ancora una volta questo termine ambiguo come è “integrazione”. Dialetto che deve diventare anche veicolo per salvare le tradizioni, idea sostenuta fortemente anche da Davide Boni, capo delegazione della Lega in Lombardia: “Non è solo il dialetto ma salvare le tradizioni che ci hanno tramandato i nostri padri e i nostri nonni”.
Dichiarazioni che se giustamente spiegate ai padri e alle madri dei bambini stranieri possono anche avere un senso importante e sono proprio alcuni di loro a parlarne senza problemi: “Io voglio che mio figlio si senta italiano perchè è qui che si costruirà un futuro. Il mio bimbo ha 12 anni e a scuola spesso si sente lontano dagli altri perchè non conosce le feste di queste zone e ciò che le caratterizza”. Le parole di Rose Azare, membro dell’associazione Ghanese di Modena “Erithage Internationale”, danno ragione alle dichiarazioni precedenti della Lega ma la paura di “discriminazione” è facilmente dietro l’angolo, soprattutto sul tema del tetto del 30% di alunni stranieri nelle classi. “E’ un provvedimento che lede il principio di uguaglianza contenuta nell’articolo 2 e 3 della Costituzione”, tuona Rosa Maria Di Giorgi, assessore alla Pubblica amministrazione di Firenze, a cui si unisce l’assessore alla scuola di Bologna, Simona Lembi: “Come al solito la Gelmini e il Governo lanciano proposte sopra le righe per distogliere lo sguardo dai veri problemi della scuola italiana e ai tanti danni che i tagli stanno dando alle famiglie”.
Parole dure anche da Domenico Pantaleo, segretario generale della Flc Cgil: “Così si identifica nella presenza degli alunni immigrati il problema della scuola italiana e il messaggio diventa ancora che c’è un limite nell’accettazione degli immigrati”. In contrapposizione a questa immagine di “esclusione” dello straniero arrivano le parole di Mariella Ferrante, presidente Diesse Lombardia: “La presenza degli alunni stranieri, soprattutto al Nord, è in continuo aumento e sono di circa 70 mila in più all’anno e superano le 600 mila complessive. Di questi solo un terzo è nato in Italia mentre gli altri arrivano dall’estero e quindi conoscono poco la lingua italiana. In alcune scuole si creano così situazioni complesse e finalmente la Gelmini ha provato a dare dei criteri da seguire. E’ poi chiaramente indicato che ogni scuola potrà variare le percentuali in base alla propria situazione”.
Anche Marcello Limina, direttore generale dell’Ufficio scolastico per l’Emilia Romagna, si schiera con la circolare della Gelmini sottolineando però la necessità di valuare le realtà territoriali: “Ci sono casi che per parlare di ‘uguaglianza’ bisogna lavorare sulla differenziazione e le indicazioni del ministro sono le benvenute. E’ chiaro che devono essere calate nella reatà territoriale e applicate caso per caso. Ci potranno essere scuole in cui questo limite potrà essere abbassato perchè l’integrazione è già avvenuta”. Dialetto inteso come tradizione da salvaguardare e necessario allo straniero per sentirsi parte di quella società? Un limite di alunni stranieri per permettere così ai docenti di non rallentare i propri programmi d’insegnamento per la difficoltà di comunicazione?
Tanti dubbi che vanno a confermare quanto sia impossibilmente oggettiva la definizione della parola “integrazione”. Come in tutte le discussioni e i dibattiti forse la cosa prima di tutto necessaria, e forse anche più scontata ma di facile dimenticanza, è trovare una sintesi tra tutti i pro e i contro e fondere i suggerimenti più facilmente integrabili tra loro. Una scuola che sappia proporre un programma equilibrato per far conoscere il territorio con le proprie tradizioni e abbia al suo interno dei docenti preparati per insegnare anche agli alunni stranieri è in primis il punto di partenza più prossimo per dare un primo significato al termine, a volte così ambiguo, di “integrazione”.
