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L’incubo dei bambini in affido

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Dovere allontanarsi dal proprio padre e dalla propria madre e diventare “ospiti” di un’altra famiglia “a tempo”.Sentirsi amati da qualcuno che non dovrebbe farlo ma che sostituirà i tuoi genitori per il tempo necessario. Cambiare casa e poi un’altra, passare da un istituto a quello successivo, visi diversi e sensazioni contraddittorie, sentendo di non appartenere più a nessuno. Costruire un muro dentro di sé che giorno dopo giorno si farà più spesso e che diventerà indistruttibile, insensibile a qualsiasi gesto d’amore e incapace di fidarsi di qualcuno che ti vuole bene, qualcuno che non è tuo padre o tua madre e non sai nemmeno per quanto tempo “reciterà” quella parte.

Il tema dell’affido familiare fa molto discutere anche in Italia, tra proposte di legge per cambiarne le caratteristiche e una realtà che vede questa pratica come il “parcheggio” temporaneo di minori, provenienti da realtà familiari difficili, presso genitori “in affitto” o comunità per un periodo che non può superare i due anni. Spesso però, quando la famiglia d’origine non può riaccogliere il minore, l’affido si trasforma in un continuo vagare che costringe il bambino a cambiare luoghi, persone, sentendosi trasformare in un “pacco” senza identità e destinatario precipitando in un limbo che non può che lasciare un’ instabilità incancellabile nella mente del bambino.

In gergo si parla di “sin die”, cioè quell’affido continuativo di un minore che non si ferma dopo i due anni previsti dalla legge ma che continua fino a quando sarà necessario. Quando la famiglia d’origine, dopo i due anni, non può ancora accogliere nuovamente il proprio figlio perchè le difficoltà perdurano allora il bambino verrà “assegnato” ad altri genitori “in affitto”, in un cerchio che spesso non si interromperà mai, in un continuo cambio di case e diversi modi di prendersi cura di lui.

In questo modo l’affido perde le caratteristiche che lo differenziano dall’adozione che sono, appunto, temporaneità e mantenimento dei rapporti coi genitori di origine, caratteristiche che si cancellano dopo i primi due anni e si trasformano nella terribile pratica del “sin die”. Quando la possibilità di ritorno nella propria “vera” casa diventa labile e indefinita, per il bambino la vita diventa un viaggio “permanente” tra famiglie e affetti diversi che lo trasformano e lo plasmano fino a cambiarlo, fino a trasformarlo in un figlio che nemmeno i genitori originari potrebbero più riconoscere.

Isolamento e aggressività, queste le emozioni che spesso modificano l’ IO del bambino che non si accorgerà più di dove andrà e da chi, rendendo l’abbandono la sola certezza con cui il minore potrà fare i conti ogni giorno. Gli esperti parlano di “muro di bronzo”, quello strumento di difesa con cui tanti psicologi infantili si trovano a dover fare i conti nei rapporti con i bambini in affido continuo, quelli che non torneranno mai dal loro vero padre e dalla loro vera madre, quella divisoria tra la mente del minore, che non riesce più a fidarsi degli adulti, e il mondo reale. “Il limbo degli affidi crea una situazione di grave danno per i ragazzi. Conosco una bambina di 8 anni a Torino che è già al quarto affido. Tutti sanno che i minori dati in affido sono la principale fonte di lavoro per gli psicoterapeuti: bisogna assolutamente tornare al rispetto della legge, basta con il sine die”. Questo l’appello di Marco Griffini, presidente dell’AiBi (Associazione italiana amici dei bambini) a cui si uniscono innumerevoli associazioni pro-infanzia che chiedono a gran voce la modifica della legge che troppe volte rende possibile i fenomeni di “sin die”.

Abbiamo aiutato 600 minori ma le adozioni vere e proprie si contano sulle dita di una mano, perché la scelta di queste famiglie è proprio quella di una gratuità particolare: un aiuto e un dono, far sentire a questi bambini che non sono soli, che il loro dolore così radicale è tuttavia condiviso, che la vita ha un senso e un significato”. Parla così degli affidi di cui si occupa don Mauro Inzoli dell’Associazione Fraternità – Famiglie, formata da nuclei familiari che si occupano d’accoglienza dei minori, una realtà profondamente radicata al nord essendo nata a Crema ma che conta già esperienze in Umbria e Sicilia.

Affetti interrotti, affidi che si trasformano in un viaggio terribile senza fine, una legge che lo permette ma che richiede una modifica perchè questo spostamento continuo dei bambini possa trasformarsi in qualcos’altro, in un sentirsi amati continuativamente da qualcuno che può farlo quando diventa impossibile ritornare nella famiglia originaria, ormai lontana e incapace di provvedere a lui. Una scelta fondamentale sostenuta anche dall’avvocato Lucrezia Mollica dell’Associazione Gabbianella: “Continuità degli affetti è quello che vogliamo poi le modalità si troveranno: se c’ è la buona fede da parte di tutti, si possono superare le carenze, i tempi lunghi della giustizia. Non vogliamo scorciatoie né essere considerati dei “furbi” che con l’ affido aggirano le liste d’ attesa per le adozioni. Noi sosteniamo l’adozione ‘a rischio giuridico’. Se i genitori del bambino affidato non riescono stabilmente a occuparsi del minore, il bambino verrebbe automaticamente adottato da chi se ne è occupato fino ad allora: si eviterebbe così in molti casi il doppio binario affido/adozione”.

Abituarsi a una vita che non è la tua, a spazi in cui non ti senti a casa e a visi che ti sorridono ma che non sono quelli di tuo padre e tua madre, poi lentamente accettare i nuovi affetti, il nuovo tipo di amore che si riceve, riuscire ad abbracciare chi prima non conoscevi, sentirti amato e capito, ma poi ricominciare da zero, cambiare casa, incontrare nuove persone, sentirsi sconvolti dal ripetere gli stessi passi di prima, abituarsi, conoscere, fidarsi di nuovo ma poi cambiare ancora e ancora, cancellando le emozioni, in una discesa verso il “non capire” e il “non fidarsi più” che ti cambieranno per sempre. Queste le sensazioni e il vissuto di tanti bambini “sin die”, costretti a cambiare vita e condannati a uno stato d’abbandono che frammenta, come in un puzzle, il loro senso di amore e il loro bisogno, semplice ma vitale, di un papà e una mamma che possano amarlo anche se non sono quelli che lo hanno fatto nascere, un amore non nato dall’origine della vita ma ugualmente vero, impossibile da sostituire con un altro.

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