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Liberalizzati ma non troppo

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Presentato il pacchetto di cui anche i giornalisti sembrano essere protagonisti. Ma potrebbe essere tutta un’illusione

La si prova a leggere e rileggere. La si prova anche ad interpretare, cercando di capire dove stia la “liberalizzazione” di cui parla da mesi questo governo di tecnici. Ma comunque la si rigiri, questa riforma dell’Ordine professionale dei giornalisti pare una vera e propria “supercazzola“.

eurogiornalePoco chiara, poco “liberalizzatrice”, poco riformatrice. Per molti, non è altro che l’ennesima chiusura di una professione che da sempre è considerata una “casta”. Persino il Ministro del Welfare Elsa Fornero, qualche settimana fa, apostrofò i giornalisti come «privilegiati», mostrando una dubbia conoscenza di quello che è il reale stato del giornalismo italiano.

110mila iscritti, di cui 80mila pubblicisti. Di questi, la stragrande maggioranza vive, ma sarebbe più il caso di dire “sopravvive”, con una retribuzione di 2 euro lordi al pezzo. Insomma, di “casta” hanno ben poco. Eppure, nell’immaginario collettivo, il giornalista è ancora un professionista che guadagna migliaia di euro al mese con il minimo sforzo.

Da anni, invece, c’è chi alza la voce per raccontare un giornalismo diverso: sono i precari delle redazioni, coloro che il giornale lo “fanno” davvero e che ogni giorno combattono per non svendere la propria professionalità in cambio di qualche euro in più a fine mese. E poi ci sono i tanti, tantissimi aspiranti giornalisti: giovani per lo più che tentano di “prendere il tesserino” per poter soddisfare la propria passione e il proprio desiderio di informazione. Ecco, credo che sia a loro che il Governo Monti debba rivolgersi quando propone la liberalizzazione della professione: perché “liberalizzare” vuol dire, letteralmente, rendere libero l’accesso alla professione.

Invece nel decreto “cresci Italia” si legge solo la paura di chi è dentro “la casta” di poter essere soppiantato dal nuovo che avanza. Ed ecco che allora, in questa ottica, viene rinforzato il ruolo delle Scuole di Giornalismo, dei corsi post-laurea convenzionati con l’Ordine dei giornalisti e dei master. Insomma, l’ennesimo modo di discriminare la professione: chi ha i soldi accede, chi non li ha no.

Infine, il praticantato: indubbiamente il modo migliore per accedere alla professione, dal momento che il praticante ottiene un contratto di 18 mesi equamente retribuito. Eppure, in un momento di profonda crisi economica, in cui le aziende giornalistiche, soprattutto quelle piccole, si apprestano a chiudere i battenti, ottenere un praticantato giornalistico è una vera e propria chimera, perché il lavoro di un praticante, oggi, viene costantemente sostituito da quello di uno stagista. Gratis, e senza troppi problemi al seguito.

Quindi la domanda è: è così difficile fare come negli altri Paesi europei? Niente albo, niente tesserini, niente casta: una laurea o un praticantato retribuito che attestino che sei giornalista. Invece no, in Italia preferiamo tenerci un albo istituito nel 1925 da un dittatore e una legge del 1963 che regola l’accesso alla professione: perché in fondo, siamo un Paese di Gattopardi.

(Fonte foto:

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