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L’Europa e “il caso Italia”

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La querelle crocifisso si/crocifisso no e l’innocente schiamazzo di chi pecca di superficialità.

La sentenza del 3 novembre della Corte Europea dei diritti dell’uomo in merito al caso Lautsi vs Italia ha aperto un’interminabile querelle tra i pro e i contro il crocifisso esposto in aula.

Quanto baccano in merito alla laicità dello stato, le radici culturali, i valori etici e religiosi, eccetera eccetera. Ma per la fretta di proferir parola in tanti non si sono resi conto che hanno dato fiato alla bocca, piuttosto che argomentare.

L’Europa è brutta e cattiva, e si impiccia di affari che non sono i suoi: questa in soldoni è la tesi più diffusa. Forse ho esageratamente semplificato e in questo clima di semplificazione sarà il caso di evitare.

In realtà, aldilà del caso specifico – su cui sono già stati versati fiumi di inchiostro- ciò che può stupire ascoltando le dichiarazioni dei politici nostrani o leggendo i titoli sensazionali degli italici giornali è che la sentenza della Corte di Strasburgo sia stata emessa nell’ambito del clima di laicismo e laicizzazione che ha caratterizzato l’Unione europea anche in occasione dell’elaborazione della cosiddetta Costituzione europea, che costituzione non è ma una convenzione (dal titolo Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa). In quell’occasione si parlò delle “radici giudaico-cristiane” da inserire nel preambolo. In questi giorni qualcuno ha ricordato che furono paesi estremamente laici come la Francia, nella persona dell’allora presidente Chirac, ad opporsi e non ci fu modo di convincerli. E poi hanno aggiunto: “Oggi si è fatto un ulteriore passo in avanti, negando che l’Europa abbia radici cristiane.”

Fatto questo ragionamento (simile a tanti altri), la deduzione è ovvia: l’Unione europea intimerebbe all’Italia di togliere i crocifissi dalle aule.

Nulla di più sbagliato. La Corte Europea dei diritti dell’uomo non è un organo dell’Unione europea, bensì del Consiglio d’Europa, organizzazione internazionale nata 1949, quindi molto prima dell’Unione europea e della passata Comunità Economica Europea.

Sorta da un’idea lanciata da Winston Churchill nel 1943, il Consiglio d’Europa ha assunto fin dalle origini –come scritto da Cassese in tempi non sospetti- le sembianze di una istituzione internazionale volta ad unire e rafforzare sul piano ideale e culturale, le democrazie nell’Europa Occidentale, ed anche a promuovere il rispetto dei diritti fondamentali.

Beh, si tratta sicuramente di obiettivi differenti da quelli che furono alla base dei Trattati di Roma del 1957.

Dunque una storia, una composizione, un iter diverso. L’attuale Unione Europea è composta da 27 stati, il Consiglio d’Europa da ben 47. Gli stati geograficamente europei che non fanno parte del Consiglio d’Europa sono soltanto due: il Vaticano (che ha però lo status di osservatore dal 1970 e per sua scelta non fa parte di organizzazioni internazionali) e la Bielorussia (a cui è stata negato l’ingresso per mancanza di democrazia, anche se – nel dibattito in corso- qualcuno ha asserito che la Bielorussia ne faccia parte. Sarà stata una svista, un errore in buona fede?).

In breve la somiglianza è più apparente che reale. Diciamo “fono-similare”.

Insomma, si tratta di due organizzazioni internazionali che insistono sullo stesso continente: l’Europa. Hanno una “capitale” (o meglio sede) in comune: Strasburgo. Ma sono diverse, molto diverse. Il Consiglio d’Europa con la Corte Europea dei diritti dell’uomo si occupa di diritti umani dal lontano 1950 con l’adozione della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali – CEDU, la prima convenzione di diritto internazionale regionale ad occuparsi di diritti umani, inoltre vincolante per gli stati ratificanti (ossia tutti).

Per l’Unione europea la tempistica è stata differente, d’altronde i fini erano diversi. Inizialmente è stata la Corte di Giustizia delle Comunità Europee, nell’esercizio di un’attività tipicamente pretoria, ad affermare (negli anni sessanta) che i diritti fondamentali costituiscono parte integrante dei principi generali di diritto comunitario. Ma solo nel 1992, con il Trattato Maastricht, sarà espresso esplicitamente l’obbligo per l’Unione di rispettare i diritti fondamentali dell’uomo.

Insomma, un’altra storia.

Confondere le istituzioni per i non addetti ai lavori è cosa abbastanza comune e se vogliamo plausibile, ma non per politici, rappresentanti delle istituzioni e giornalisti che almeno “l’abbiccì” del loro lavoro dovrebbero conoscerlo. Forse peccherò di ingenuità o forse è solo esasperato formalismo, ma ho imparato che le cose vanno chiamate con il loro nome. Quando si tratta poi di organizzazioni internazionali – che hanno una rilevanza sulla vita quotidiana di ciascuno di noi – la cosa non è di secondaria importanza. Soprattutto se a non avere le idee chiare sono coloro che quegli input internazionali dovrebbero recepire e concretizzare.

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