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Le risorse sparite con la crisi

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Creare utili e non investirli: luci e ombre del sistema Italia.

E’ stata l’ultima moda lanciata dai manager di tutto il mondo. Dopo l’ossessione del “marketing”, le “mission”, le “vision”, la “customer satisfaction”, espressioni con cui siamo stati “tormentati” per anni da buona parte della classe dirigenziale, negli ultimi tempi in ogni discorso pronunciato da amministratori delegati e imprenditori sentiamo pronunciare due parole magiche: “creare valore.” Per chi? E’ la domanda quasi scontata. Risposta: per l’impresa e gli azionisti.

Poi è giunta la bufera e tutta la polvere messa sotto i tappeti è uscita allo scoperto. Si è scoperto che in molte aziende in crisi il valore creato nel breve termine è andato solo ai manager, in stipendi e bonus, invece che a finanziare gli investimenti, con conseguente danno per il futuro delle imprese e per gli azionisti di minoranza spesso rimasti con titoli in mano senza più alcun valore.

La crisi è anche il risultato delle azioni intraprese da un sistema connivente di controllati e controllori che – palesemente d’accordo – hanno gonfiato trimestrali e hanno intascato bonus. Come? Svendendo, spesso, asset strategici dell’azienda per far cassa e aumentando il valore in borsa – compromettendone la futura competitività – o licenziando manodopera e know-how per tagliare costi. L’Italia ha, per sua fortuna, un tessuto di aziende microscopiche che vivono il territorio e la qualità come obiettivi principali. Questo ci  ha aiutato a tenere i piedi per terra, ma allo stesso tempo ha creato difficoltà a molte “piccole eccellenze” che volevano espandersi verso mercati nuovi.

L’internazionalizzazione è per il nostro sistema fonte di grandi soddisfazioni e imbarazzi.  All’interno di molte realtà aziendali eccellenti manca una continua formazione e lo stile dirigenziale è troppo verticale. Un sistema con più slanci orizzontali e con le responsabilità ben definite sarebbe auspicabile e necessario.

Il valore di un’impresa non è legata solo al titolo in borsa, così come la ricchezza di uno stato non dipende solo dal Pil. Il valore di una società in salute si basa su molti fattori: il consenso sociale, il rispetto ambientale, la professionalità dei propri uomini, l’investimento in innovazione, una classe dirigente adeguata e rispettata che pubblica bilanci trasparenti; tutto ovviamente condito da una visione ambiziosa e con un mix di obiettivi di breve, medio e lungo termine. Sostenibilità: questa è la parola magica.

L’attuale collasso finanziario ha mostrato tutta la sua insostenibilità. Soprattutto nello scoprire i nervi alle aziende e alle banche che hanno spinto troppo sulla leva finanziaria e alzato troppo il livello d’indebitamento. Era sembrata una scelta facile e conveniente: sostituire il costoso capitale con il facile debito. Questo ha ora creato spazi di manovra minimi e senza l’intervento delle casse pubbliche oggi saremmo qui a raccontarci una realtà molto più drammatica.

La forte propensione al risparmio della cultura italiana è stata invece il nostro punto di forza, una prudenza di cui oggi possiamo vantarci e su cui potremmo creare nuove opportunità. Manca, purtroppo, una trasparenza sulla gestione degli stessi risparmi nelle aziende. La creatività e la preparazione dei nostri giovani non ha nulla da invidiare ai rampanti delle società più avanzate. Mancano però le motivazioni e un mercato del lavoro flessibile (nel senso etimologico). Per questo attualmente il Paese vive una condizione di eccessiva precarietà.

Servono nuove regole capaci di coniugare le azioni delle banche e delle imprese alla ricerca di benessere sociale. Serve un’inclusione delle nuove generazioni nelle scelte e nella gestione delle aziende. L’esperienza non ha la pazienza di ascoltare l’esuberanza e dall’altro lato l’arroganza non ha l’umiltà di ascoltare consigli. La semplice partecipazione dei dipendenti alla gestione degli utili della società per cui sono impiegati, proposta negli ultimi mesi dal Governo, è un passo importante, anche se un po’ utopistico, ma ancora insufficiente.

Per ora sono state spese solo parole e la situazione più drammatica – a detta di molti analisti indipendenti ed esperti – è la ripresa delle speculazioni a causa del costo del denaro prossimo allo zero. La ripresa dei listini azionari è solo la liquidità immessa nel sistema. La bolla è stata solo anestetizzata, ma continua ad espandersi nel sottobosco di un sistema che non ha ancora scelto che valore creare.

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