0

La zavorra del debito pubblico

Tutti spendono di più per contrastare la crisi, l’Italia non può.

In questi giorni sono arrivate notizie “positive” dall’Ocse sulla tenuta economica italiana. Nel nostro Paese le banche hanno stretto i denti e non hanno preso aiuti pubblici. A detta del nostro governo e del sistema bancario non sono stati commessi gli stessi errori di speculazione sui derivati.

Nonostante questo, Confindustria lamenta una carenza di concessione del credito alle aziende da parte delle banche e lo stato è perennemente senza fondi per attuare interventi. Parliamo della mancanza di sussidi di disoccupazione ai lavoratori precari, di fondi per infrastrutture, per la ricerca e  per l’università. La crisi ha acceso i riflettori sulle pessime condizioni dei nostri conti pubblici, lasciandoci con scarse risorse per fronteggiare la crisi.

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, sta tentando di tenere la stabilità dei conti e molte volte ha sottolineato la non possibilità, a differenza degli altri paesi europei, di poter intervenire con un aumento della spesa pubblica per sostenere i settori maggiormente colpiti. E’ un ritornello ormai conosciuto. Il vincolo italiano è un “debito pubblico elevatissimo”, il 115 per cento del Pil, contro cui l’Europa brontola spesso.

Altri paesi come Francia, Germania, Inghilterra hanno sostenuto banche e cittadinanza, in difficoltà a causa della crisi, facendo leva sull’indebitamento pubblico – quindi sulle tasche dei cittadini – portando i rispettivi debiti pubblici a lievitare dal 60 per cento del Pil (precrisi) all’ 80 – 90 per cento (attuali). In Italia eravamo già a quota 110 per cento e siamo andati al 115 per cento. La questione interessante è: perché il nostro debito era il doppio – circa – di quello degli altri grandi paesi europei, prima della crisi?

La risposta lascia molte perplessità. Ricordiamo brevemente cos’è il debito pubblico: quando lo Stato ha bisogno di liquidità per investimenti o spese improvvise, emette dei titoli dei Stato (Bot, Btp, Cct, etc) che vengono acquistati da Banche centrali e altri istituti finanziari e poi rivenduti a cittadini privati, o tenuti in deposito. Questo approvvigionamento per lo Stato ha un costo: il Tus (Tasso ufficiale di sconto: il costo del denaro), in questo momento molto basso. Il 1 Maggio 2009 era all’1 per cento, deciso dalla Bce. Dal 2004 è la Banca centrale europea (Bce) a decidere il tasso di sconto anche per l’Italia, fino al 2004 decideva la Banca d’Italia.

L’esplosione del nostro debito pubblico avvenne negli anni ‘80, fino ad allora avevamo un debito in linea con gli altri paesi europei. Fino al 1982 il Tus veniva deciso di concerto tra il Tesoro e la Banca d’Italia, con l’obbligo per le banche commerciali di finanziare lo stato a tassi bassissimi. Nel 1982, era governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi, ci fu un divorzio “fondamentale” tra il Tesoro e la Banca d’Italia e da allora il Tus viene deciso dalla sola Banca d’Italia. La motivazione “ufficiale” era che si voleva porre un limite alle principali formazioni politiche di allora (democristiani e socialisti) a non usare la leva dei finanziamenti pubblici a scopo clientelare. Una motivazione poco convincente visto che lo Stato dopo il divorzio del 1982 doveva finanziare il proprio fabbisogno a prezzi di mercato con un costo del denaro anche al 19 per cento. Questa la tabella del costo del denaro: http://www.rivaluta.it/tabellatus.htm. Fu così che esplose il nostro debito pubblico che nel 1994 arrivò al 124,50 per cento. Nell’82 era intorno al 60 per cento: in soli dodici anni è raddoppiato.

I debiti lasciano sempre un peso sul futuro e infatti sono molti anni che le generazioni successive pagano le conseguenze. Il libero mercato ha mostrato i suoi limiti e anche il sistema bancario ha errato conti e previsioni. Sarà giunto il momento di tornare a finanziare i bisogni dei cittadini a costo zero? Ancora no, ma continuiamo a sperare e ad informarci.

Articoli correlati

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.