La tempesta dell’America
La stagione delle tempeste tropicali è iniziata con l’arrivo di Agatha, battezzando il Guatemala il paese più colpito. Il ciclone si è formato nel Pacifico, al largo delle coste del Paese centroamericano per poi, a una velocità di 7 Km/h, interessarne la zona meridionale. Accompagnata da venti superiori a 80 Km/h, Agatha ha causato molteplici danni di ordine urbano e umano. Fiumi straripati, strade interrotte e ponti crollati hanno impedito, di fatto, il passaggio dei mezzi di soccorso. Secondo il Coordinamento Nazionale per la riduzione dei disastri (Conrad) almeno 150 i morti, altrettanto alto il numero dei dispersi e preoccupante quello dei senza tetto: oltre 120.000 in Guatemala, 75.000 nel Salvador e 3.500 in Honduras. I bilanci dell’autorità locali sono provvisori per le evidenti difficoltà di recupero dei cadaveri.
Allagamenti, frane, onde di fango e piogge torrenziali si aggiungono alla tensione che già aleggiava in Guatemala dopo l’eruzione del vulcano Pacaya che persiste nella sua attività e nell’intimorire la vita delle cittadine limitrofe: tre morti, tre dispersi, sessantasette feriti, 2.000 persone evacuate.
La calamità è stata, da poco, declassata a depressione tropicale, e i venti sono scesi a 55 km orari, ma la protezione civile mantiene lo stato di allerta.
Il direttore dell’Istituto nazionale di sismologia, vulcanologia, meteorologia e idrologia del Guatemala (INSIVUMEH), Eddy Sanchez, considera la situazione guatemalteca grave. Concorde anche il presidente Alvaro Colom: Agatha ha ridotto la sua intensità ma è immobile sopra il Paese e la preoccupazione non cessa. Colom si è poi raccomandato con la popolazione residente vicina nel fiume Michatoya, di abbandonare case e proprietà per l’imminente crollo della diga di Jurum Marinalá.
L’allerta preventiva è stata lanciata dal Centro uragani statunitense (NHC) anche in Messico, soprattutto a Chiapas, che confina con il Guatemala. Il disastro provocato da Agatha è risultato da subito ingente. A San Antonió Palopó, nel dipartimento di Sololá, si è denunciato il crollo di un’interna collina su una schiera di trenta case: circa quindici persone sono rimaste uccise. La pioggia ha, inoltre, danneggiato il sistema idrico: le tubature sono state compromesse, e la popolazione è senza acqua potabile.
La riapertura dell’aeroporto internazionale “La Aurora” della capitale Città del Guatemala, verso cui convogliare i voli umanitari provenienti da Cuba, Stati Uniti, Messico, Colombia, Brasile e Argentina, è stata ostacolata dalla nube di cenere alzata dal vulcano Pacaya.
Una nuova emergenza naturale colpisce duramente un Paese dalla condizione economica turbolenta (il Guatemala detiene il triste primato del Paese con il più alto tasso di denutrizione di tutta l’America Latina e il secondo paese più povero del Continente) lascia dietro di sé morte e devastazione e davanti a sé solo la primaria necessità di aiuti e ricostruzione.
