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La rivoluzione post Geronzi

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Con i soci c’è un rapporto bellissimo”. Così Cesare Geronzi descriveva a Febbraio, in occasione del Forex a Verona, le relazioni con gli altri uomini del board delle Assicurazioni Generali, il primo gruppo italiano per fatturato ed il terzo in Europa per ricavi.

Diego Della Valle (a sinistra) e Cesare Geronzi (a destra)

Quando mercoledì mattina ha ricevuto dalle mani del vicepresidente vicario Francesco Gaetano Caltagirone la lettera firmata da dieci consiglieri, in cui si annunciava la volontà di sfiduciarlo nell’imminente riunione, il Presidente della società è stato colto di sorpresa, ma in modo professionale ha deciso di dimettersi “nel superiore interesse della compagnia”.

In realtà quella lettera non è mai stata messa agli atti, perché le improvvise dimissioni sono state annunciate prima ancora che i consiglieri si riunissero. Geronzi è uomo di potere e mal avrebbe digerito un’imposizione proveniente da altri. Ecco perché ha deciso di spiazzare tutti. E se quella decisione così repentina era inattesa, di certo era molto desiderata. Non appena resa pubblica, le azioni delle Generali sono balzate in avanti di cinque punti percentuali.

Anche coloro che avevano architettato questo finale di storia l’hanno presa bene e subito hanno iniziato a sondare il terreno per trovare un degno sostituto dell’ormai ex Presidente. Un incarico, quello di Geronzi alle Generali, che non è durato neanche un anno e che si è concluso con la buona (ottima per lui) uscita di 16,6 milioni di euro. Una cifra, tuttavia, a cui difficilmente potrà ambire chi prenderà il suo posto.

L’uomo del cambiamento è stato individuato nella figura di Gabriele Galateri, un manager abituato ad avere ottime relazioni con i consiglieri delle società che rappresenta. Nonostante la sua austerità, che spesso in passato lo ha reso quasi impercettibile, Galateri rappresenta agli occhi dei vari amministratori del Leone di Trieste, colui che guiderà la transizione verso un nuovo “capitalismo italiano”.

Una locuzione che ai meno esperti può sembrare démodé, più legata ai mercati statunitensi che a quello del caro vecchio Bel Paese. Alcuni definiscono questo capitalismo “relazionale”, cioè basato sulla stretta interconnessione tra economia e politica, in cui “le azioni si pesano, non si contano”, come amava sostenere Enrico Cuccia, primo direttore di Mediobanca, rappresentante storico di questa gestione economica-finanziaria tutta italiana. Delfino di Cuccia, tra l’altro, era proprio il dimissionario Cesare Geronzi.

L’uscita di scena di questo “banchiere di sistema”, come egli stesso si definiva per affermare la volontà di dominare l’intero sistema capitalistico nazionale, sembra rappresentare, quindi, l’ultima spiaggia del modo finora prevalente di intendere l’economia italiana.

I consiglieri di Generali più attivi in questa svolta, Diego Della Valle (patron della Tod’s), Alberto Nagel (amministratore delegato di Mediobanca), Lorenzo Pellicioli (numero uno di De Agostini), vogliono rivoluzionare, infatti, l’antiquato capitalismo nostrano e realizzare un nuovo modello economico, basato più sul profitto che sulle relazioni con i potenti politici.

Era stato lo stesso Della Valle a definire Geronzi “un arzillo vecchietto”. E sempre lui a spiegare, in un’intervista rilasciata a Marzo a L’Espresso: “Molti anni fa, ho creduto che dai cosiddetti santuari del capitalismo si potessero fare cose buone per il Paese. Non era vero. Escluse poche eccezioni, ho scoperto un mondo ingessato e pieno di riti, lontano anni di luce dal mio, il Paese che lavora, produce, costruisce. Ho sempre pensato che le azioni si contano e non si pesano, anche perché sono frutto del lavoro. Non ho cambiato idea, più che mai dopo aver visto come il mondo che pesa le azioni e non le conta, spesso le azioni le ha perse. Naturalmente quindici anni fa era un po’ più complicato cercare di cambiare il gioco in quello che veniva chiamato “il salotto buono”. Oggi quel mondo non c’è più.

Forse in campo economico, ancor prima che in quello politico e sociale, inizia a prendere forma un progetto di rinnovamento. Dopo una crisi generale è fisiologica la volontà di rialzarsi e cominciare daccapo. Ecco perché la vicenda delle Generali può senz’altro essere considerata un’ottima cartina di tornasole per seguire la rivoluzione capitalistica italiana.

(fonte immagine: affaritaliani.libero.it)

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