Il destino degli schiavi di Rosarno
Oltre mille e trecento extracomunitari trasferiti nei Cie (centri di identificazione e di espulsione) di Bari e Crotone, i capannoni e le baraccopoli che li avevano ospitati tra la sporcizia e il degrado demoliti dalle ruspe e gli abitanti calabresi esultanti al passaggio degli autobus carichi di disperati diretti alla stazione ferroviaria di Lamezia Terme: è finita così la rivolta degli immigrati di Rosarno, ragazzi spesso con meno di trent’anni e provenienti per lo più dal centro Africa, che hanno visto per la prima volta l’Italia dagli scogli di Lampedusa e che si consideravano fortunati quando erano stati imbarcati e stipati come la merce e i container ad Al Zuwarah, in Libia, per poi essere sbarcati come clandestini in Europa.
Ma cosa ci facevano tutti quegli immigrati a Rosarno? Erano lì perché servivano, perché le loro braccia erano richieste dagli agricoltori per raccogliere le arance. Non cercavano altro che un lavoro e la possibilità di un’esistenza dignitosa, speravano prima o poi di trovare un modo per porre fine a quella vita di stenti che li aveva accompagnati fin dalla nascita.
A novembre la loro disponibilità a un sacrificio fisico disumano era ben vista dagli imprenditori agricoli pugliesi, negli sterminati campi di uliveti, mentre a settembre servivano braccia forti in Sicilia, per la raccolta dell’uva. Poi ci sono i pomodori da sistemare nelle cassette ogni estate sotto un sole cocente. Venti euro la paga media giornaliera, da 12 a 14 le ore lavorative, ma ci sono 3 euro da togliere per il trasporto fino ai campi e altri 5 da lasciare all’imprenditore sfruttatore, come ringraziamento per il trattamento ricevuto.
Sempre in movimento, stagione dopo stagione, e sempre sulla terra, quella terra fertile che sembrava una speranza e che si è poi rivelata una condanna. Mese dopo mese, da un campo all’altro aspettando il buio per godersi il meritato riposo, ma che riposo non è in una fabbrica abbandonata, o sotto il tetto di una cattedrale del deserto incompiuta, come un ponte che unisce il nulla al nulla, o su una spiaggia all’addiaccio: senza acqua, senza bagni senza una persona con cui parlare in inglese, in francese e neanche in italiano, costretti a bruciare l’immondizia per scaldarsi rischiando gravi malattie per le esalazioni nocive respirate.
Sono gli schiavi di oggi: tutti sanno che esistono, “ma il mondo è così”, e allora tutti si girano dall’altra parte. Del caporalato in Puglia si parla fin dagli anni Novanta, ma quegli schiavi hanno sempre fatto comodo all’economia e a noi italiani che a imbracciare la vanga o a ferirci le mani con i rami e le spine neanche ci pensiamo.
Sono senegalesi, ghanesi, sudanesi, ivoriani, marocchini, lottano per sopravvivere e per sfamarsi – e chi non lo farebbe – si vergognano di chiamare in patria per raccontare ai propri cari in quale situazione sono finiti in Italia, in quell’occidente sviluppato e ricco dove facendo il proprio dovere e accontentandosi degli impieghi più umili si può costruire una vita degna di tale nome, o per lo meno così si diceva.
E dopo tanta e infinita sofferenza, fisica e psicologica, sono arrivate anche le fucilate gratuite, da parte di quegli italiani sulle cui tavole finiscono i prodotti da loro raccolti con sudore e fatica. Forse è troppo anche per chi è abituato a nascondersi e a stare zitto. Forse – avranno pensato gli immigrati – è il momento di fare qualcosa. L’esasperazione, d’altronde, ha sempre portato alla rivolta, o per lo meno a cambiamenti importanti. E così si è sparsa la voce ed è salita la rabbia, la miccia si è accesa e la disperazione accumulata dagli extracomunitari è esplosa in una protesta irrazionale: auto distrutte, cassonetti rovesciati sull’asfalto, le recinzioni delle abitazioni danneggiate. Armati di spranghe e bastoni gli extracomunitari hanno attraversato la cittadina distruggendo tutto ciò che trovavano. Polizia e carabinieri sono arrivati subito, schierati in assetto antisommossa e nel corso della serata sono arrivati rinforzi. Prima è iniziata una trattativa, ma poi la tensione è tornata a salire. Un gruppo di un centinaio di giovani di Rosarno è sceso in strada per seguire la situazione. Sul posto è arrivato il commissario prefettizio Francesco Bagnato che regge il Comune dopo lo scioglimento per infiltrazioni mafiose avvenuto alla fine del 2008. Bagnato era stato richiesto dagli stessi immigrati. La tensione, però, non è scesa e alcuni stranieri hanno organizzato un’altra manifestazione sulla strada statale 18 a Gioia Tauro, al confine con il territorio di Rosarno. Hanno fermato un’auto con a bordo una donna e i due figli e dopo averli costretti a scendere hanno incendiato la vettura, mentre sulla strada altri immigrati accendevano focolai dove capitava.
Il giorno seguente, venerdì 8 gennaio, si è scatenata invece la reazione degli abitanti di Rosarno e durante la battaglia nelle strade quattro extracomunitari sono stati feriti a fucilate e sprangate. Preso di mira anche “lo Stato traditore che porta da mangiare agli immigrati”.
La situazione rischiava di sfuggire di mano alle forze dell’ordine e allora il ministro dell’Interno Maroni ha deciso il trasferimento di massa di tutti gli extracomunitari e l’espulsione di tutti quelli irregolari.
Secondo il sostituto procuratore nazionale antimafia, Alberto Cisterna, “A sparare agli immigrati sono stati sicuramente uomini della ‘ndrangheta, per dimostrare che sono loro a controllare il territorio. Sono i rampolli di mafia e ogni volta che una minoranza crea difficoltà, scatta il raid. Tutti i giovani delle famiglie mafiose della Piana di Gioia Tauro vanno in giro armati, fin da ragazzi. A qualcuno di loro – ha ipotizzato il magistrato – sarà venuto in mente di sparare agli immigrati mentre passavano, così, ‘per sport’, ma non hanno messo in conto la reazione”.
Il ragazzo ferito nell’episodio che ha dato il via alla rivolta si chiama Kamal, ha 25 anni, è marocchino di Casablanca ed è arrivato da un mese nell’inferno della piana di Gioia Tauro. Questo il suo racconto: “Ridevano, tre ragazzi su una macchina scura. Ridevano e urlavano: “Oggi non si lavora?”. Dalla statale la macchina ha cominciato ad accelerare e dai finestrini due si sono messi a sparare”
La memoria di tanti extracomunitari schiavizzati a Rosarno è andata subito all’episodio del 12 dicembre 2008: Ahamed Hagi, 21 anni, cittadino della Costa D’Avorio, era stato ferito con una revolverata assieme al suo connazionale, Saga Ahabib, 20 anni, mentre tornava nel dormitorio alla periferia della città ed era finito all’ospedale in rianimazione, dove gli avevano asportato la milza spappolata. A sparare due colpi di pistola a bruciapelo contro i giovani africani erano state due persone a bordo di una Punto chiara, che era poi fuggita indisturbata verso San Ferdinando, un centro a poca distanza da Rosarno. Subito dopo la sparatoria, nella convinzione che almeno uno dei due fosse rimasto ucciso, oltre settecento ragazzi africani avevano iniziato una rumorosa protesta durata fino a tarda sera.
Pochi giorni fa, dopo l’ultimo attentato tanto vergognoso quanto gratuito, gli extracomunitari della Piana di Gioia Tauro avranno pensato che il solo rumore della protesta di una anno prima, purtroppo, a niente era servito.
Ora se ne stanno andando, chi da solo verso altri campi, come quelli di Castelvolturno in Campania, chi trasportato sui treni e sugli autobus verso i famigerati Cie. E intanto su Internet è partito il tam tam per organizzare uno sciopero a favore degli immigrati i primi di marzo.