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La prostituzione nei lager

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Roma, dal 27 gennaio al 14 febbraio va in scena “La prostituzione forzata nei lager nazisti”.Tra il 1942 e il 1945 in circa dieci campi di concentramento numerose donne recluse furono indotte con la forza alla prostituzione. Le donne impiegate nei bordelli dei lager nazisti e vittime della prostituzione forzata, che a lungo tacquero sulla loro terribile esperienza, subirono dopo la guerra gravi turbe fisiche e psichiche. E non ottennero mai alcun tipo di risarcimento.

In occasione della giornata della memoria è stata allestita a Roma, presso il Museo Storico della Liberazione di via Tasso la mostra Sex-Zwangsarbeit in NS-Konzentrationslagern/Prostituzione forzata nei campi di concentramento nazisti. Organizzata dalla Be Free-Cooperativa sociale contro tratta, violenze e discriminazioni, la mostra – creata dal gruppo “Die Aussteller” di Vienna e da un gruppo di ricercatori dell’Universität der Künste Berlin – approda in Italia dopo essere stata ospitata per circa due anni presso il campo di concentramento femminile di Ravensbrück. Passeggiando tra i 200 pannelli che compongono la mostra si avverte un senso di inadeguatezza, una strana sensazione di pesantezza.

L’elefantiaca macchina burocratica nazista tesa all’organizzazione ossessiva della pseudo-vita-sociale dei detenuti del campo giunse addirittura a progettare le Sonderbau, case speciali in cui le Ss allestivano i bordelli. Se forse questi luoghi fossero sorti spontaneamente o se fossero stati desinati ai soli soldati delle Ss, tutto poteva aver senso nel “non-senso” della guerra. Si tratterebbe di meccanismi abbastanza comuni in situazioni conflittuali. Ma le Sonderbau ebbero ben altro senso. L’idea era che fornire incentivi ai prigionieri avrebbe aumentato la loro produttività sul lavoro. In effetti, questi appuntamenti col piacere avevano la funzione di premiare i detenuti più meritevoli, in particolare gli addetti al controllo degli altri internati. Il divieto d’accesso era limitato formalmente ai soli prigionieri di guerra sovietici e agli ebrei. A frequentare i bordelli quindi erano le decine di migliaia di altri soldati catturati, di prigionieri politici, o dei detenuti “socialmente indesiderabili” come Rom e omosessuali, ecc. Certo però – come sostenuto dallo studioso tedesco Robert Sommer, in Das KZ Bordell (Il bordello del campo di concentramento) – ben pochi dei detenuti dei lager erano in condizioni fisiche tali da poter avere rapporti sessuali.

Le donne che popolavano questi luoghi erano anch’esse delle “indesiderabili”, si trattatava per la maggior parte di prostitute professioniste internate perché inadeguate a vivere nella società a causa della loro scandalosa attività, ma che venivano “invitate”, o meglio costrette, a continuare il vecchio lavoro nel nuovo contesto. Si trattava perlopiù di tedesche, ucraine, polacche, bielorusse; non c’erano ebre tra di loro, così come i maschi ebrei non erano ammessi nei bordelli. Esse provenivano per la maggior parte dal campo di concentramento di Ravensbrueck, nella Germania nord-occidentale, poi da qui inviate presso i bordelli dei lager di Mauthausen (il primo ad essere istituito nel 1942) e Gusen in Austria, Auschwitz e Plaszow in Polonia, Bergen-Belsen, Dachau e Buchenwald. Certo non erano solo donne professioniste a lavorare in queste baracche, talvolta erano costrette a farlo anche prigioniere, internate per motivi politici o perché avevano avuto relazioni con uomini di altre razze.

Si calcola che furono circa 200 le donne costrette ad offrirsi ai detenuti, inizialmente con la promessa – mai mantenuta – di sfuggire alla brutalità del lavoro forzato e di essere poi liberate. Non percepivano denaro, in realtà esse erano una ricompensa per la buona condotta di taluni prigionieri. Erano addirittura previsti “buoni premio” per accedere ai bordelli. Paradossalmente i selezionatori sceglievano con cura “le addette al piacere” in base allo stato di salute e ai canoni estetici, anche se ben poco di esteticamente bello doveva rimanere sul volto e sul corpo di donne trasfigurate dall’internamento!!!!

Uno dei volti più belli che la letteratura italiana ci ha consegnato è quello di Flora. L’italiana delle cantine di Buna, la donna del Lager, oggetto dei sogni di un Primo Levi prigioniero, a cui non poteva rivolgere la parola perché Häftlinge ma da cui ottenne pane e pietà. La donna remissiva ed impaurita che incontrò un padrone anche dopo la liberazione. In realtà sebbene meglio nutrite delle altre prigioniere e sottoposte a cure mediche, dopo la fine del conflitto ebbero gravi problemi psichici. D’altronde molte vittime non parlarono mai per vergogna di essere considerate prostitute o per paura che le accusassero di collaborazionismo. Nessuna fu risarcita per lo sfruttamento sessuale nei lager e anche i nazisti, all’epoca, cercarono di nasconderne il più possibile l’esistenza.

Irma Trksak, una delle sopravvissute all’inferno di Ravensbrück, nel raccontare di quando furono liberate alla fine della guerra le descrive così: “Erano rottami umani. Ogni giorno dovevano concedersi a un’infinità di uomini. Uscirono dai lager distrutte, rovinate per sempre, molte sull’orlo della morte“.

E pensare che tutto era nato da un’idea di Heinrich Himmler, che l’11 giugno 1942 autorizzò i comandanti dei lager “a fornire femmine nei bordelli ai detenuti più laboriosi”. Le donne erano costrette a fornire servizi di sottomissione sessuale per motivare i militari e i prigionieri dei campi ed erano un incentivo al lavoro dei deportati, una sorta di premio di produzione.

Inoltre il capo supremo delle Ss considerava i “bordelli” l’arma migliore per combattere l’omosessualità nei lager, perversione intollerabile agli occhi degli Schutzstaffe. D’altronde negli stessi lager finirono omosessuali, transessuali e intersessuali. Quando si analizzano gli orrori del secondo conflitto mondiale, sarà bene ricordare che non ci fu un solo genocidio ma genocidi di diversa natura. E accanto all’olocausto, l’omocausto. Solo in Germania 100.000 persone omosessuali furono arrestate, 60.000 condannate a pene detentive e a migliaia torturate e uccise nei lager. In Italia, moltissimi omosessuali furono condannati al confino.

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