La prima volta a New York
New York, con i suoi grattacieli, i suo negozi, le sue luci, è da sempre una meta molto ambita da giovani e meno giovani. Ora che il dollaro è debole, lo è più che mai. Io ho scelto l’inverno per provare per la prima volta l’emozione di ritrovarmi in terra americana e rimanere a bocca aperta davanti a tutta la “grandezza” che caratterizza qualsiasi cosa sia marchiata USA, dalle bibite, alle vetrine, ai grattacieli. E camminando per le strade di New York, coperta il più possibile per affrontare il vento del nord atlantico, che a volte mi ha fatto rimpiangere di non aver organizzato un capodanno al caldo di qualche meta tropicale, mi sono resa conto di alcune cose.
Innanzitutto, arrivando pochi giorni dopo il fallito attentato sul volo Amsterdam-Detroit e atterrando a New York proprio mentre Times Square veniva evacuata per un allarme bomba, ho potuto in parte provare la paura degli americani di subire un nuovo “11 settembre”. Lo si poteva percepire dai numerosi poliziotti che a capodanno presidiavano Times Square e zone limitrofe e che ti impedivano di passare da una strada alla sua parallela, o che quotidianamente sorvegliavano le stazioni della metropolitana con tanto di arma da fuoco impugnata e stretta al petto, o ancora dai continui controlli che dovevi subire prima di entrare in qualsiasi luogo, da quelli di maggior rilievo a quelli meno significativi.
Ma ero in vacanza: per questo la paura e l’ansia per possibili attacchi l’ho subito messa da parte e ho iniziato ad apprezzare quello che la Grande Mela poteva offrire.
La sensazione che si ha camminando per le sue strade è di esserci già stato altre volte, perché tutto alla fine ti sembra familiare. E ti sembra familiare perché ogni angolo, ogni coffe bar, ogni grattacielo, rimanda a film e telefilm. I tombini da cui esce il fumo non possono non far pensare al giovane Robert de Niro che in Taxi Driver vaga per le strade di New York col suo taxi giallo. Le strade dello shopping e l’Upper Est Side sono per noi donne, fan di Sex and the City, un’esperienza fantastica: vetrine scintillanti, abiti e scarpe alla moda, accessori di tutti i gusti, ti fanno sentire per un attimo un po’ come Carry Bradshaw, una delle protagoniste. Le vetrine dei grandi centri commerciali, con animazioni e musiche, rimandano ai film ambientati a New York nel periodo natalizio, e viene mente allora il piccolo Kevin McCallister che in Mamma ho perso l’aereo, vaga per le strade newyorkesi illuminate da luci e addobbi. Ma l’elenco potrebbe continuare all’infinito con Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany, King Kong aggrappato all’Empire State Building, Harry ti presento Sally, e tanti altri.
Per ritrovare un po’ di caldo, mi sono concessa più volte delle pause in vari coffee bar. E se si trova quello frequentato non solo da turisti (la maggioranza italiani) ma soprattutto da newyorkesi è l’occasione per toccare con mano come l’interconnettività in USA sia ormai una regola, grazie soprattutto alla possibilità del wi-fi pubblico, un miraggio in quasi tutta l’Italia. Ogni tavolino è occupato da ragazzi/e che comunicano tramite Skype con amici e amiche, che non necessariamente sono dall’altra parte dell’emisfero, ma forse abitano proprio dietro l’angolo. Purtroppo l’impressione che ho avuto, paradossalmente, è anche quella di un forte isolamento: ragazzi e ragazze seduti uno di fronte all’altro, ognuno con lo sguardo rivolto al proprio pc. Nessuno parla con nessuno, tutti parlano con un computer.
Quella strana sensazione di isolamento provato nel coffee bar è stata scacciata via dall’emozione provata ascoltando una messa gospel nel quartiere di Harlem. Lo consigliano tutte le guide, è vero, ma quando stai per entrare da turista pensi che tra qualche minuto potrai ascoltare un bel concerto di musica gospel. O almeno così è stato per me all’inizio. Poi mi sono guardata intorno e nel vedere tutti quanti, uomini e donne di colore, che in piedi cantavano e battevano le mani a ritmo di musica, ho iniziato ad ammirare quel senso di comunità e fratellanza che li univa e che invece è totalmente assente nelle chiese occidentali, o almeno in quelle che io ho avuto modo di frequentare. Ho apprezzato la gioia con cui rendevano grazie a Dio, ho apprezzato il loro sentirsi parte di una comunità, di salutarsi allegramente e insieme partecipare alla funzione religiosa. Non nascondo la sensazione di essermi sentita fuori luogo, estranea a quel mondo e a quel modo di pregare, e, lasciata la “convinzione” che sarei andata solo a sentire musica gospel, ho iniziato a guardare con invidia a quella comunità così tanto unita e gioiosa.
New York è tanto altro oltre ai pochi elementi che ho avuto modo di descrivere qui, ma sicuramente se si avessero solo tre parole a disposizione per descriverla, direi senza esitare: maestosità, luci e negozi. Un’esperienza da fare, senza dubbio, una realtà totalmente diversa dalle capitali europee a cui però continuerò a dedicare i miei prossimi viaggi, perché l’atmosfera romantica che si respira e la storia che ogni loro angolo emana, il loro essere “piccole” e “raccolte” le rendono grandi e uniche, anche senza grattacieli e vetrine scintillanti.
