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La prima sconfitta di Monti

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Governo battuto alla Camera su un’annosa questione: la responsabilità civile dei giudici


Il solito teatrino, la classica valanga di sospetti che, considerando la tempesta di neve abbattutasi sulla capitale nei giorni passati, potrebbe apparire nemmeno troppo fuori luogo. Il governo Monti battuto alla Camera su un emendamento legato alla giustizia: la responsabilità civile dei magistrati.

giudici_infophotoUn argomento complesso, scomodo, sul quale si discute da 25 anni, quanto mai attuale. Per comprendere appieno di cosa si tratta, occorre tornare indietro di qualche lustro e precisamente al 1988, anno della legge Vassalli n. 117.

Una norma varata un anno dopo il referendum che decretò la larga vittoria dei favorevoli alla responsabilità civile dei giudici, ma che la introdusse soltanto per i casi di “dolo” e “colpa grave”, con la possibilità di fare causa allo Stato e non al magistrato. Non considerati, dunque, i casi di mancata o scorretta applicazione della legge.

L’Unione Europea ha in più occasioni deferito l’Italia per questa lacuna, facendo leva sul diritto comunitario. Lo scorso 2 febbraio, il governo è stato battuto alla Camera su un emendamento alla legge comunitaria proposto dal leghista Gianluca Pini. Dopo il parere negativo dato dal ministro per gli Affari Europei, Enzo Moavero, la Lega ha chiesto e ottenuto di votare l’emendamento con scrutinio segreto.

Qui la svolta con 264 voti a favore e 211 contrari. Hanno votato compatti i partiti della vecchia maggioranza, Pdl, Lega e Responsabili, ai quali si sono aggiunti i Radicali e i soliti franchi tiratori, che tornano sempre quando la votazione è segreta. In questa occasione, sono arrivati dai banchi di Pd e Terzo Polo.

Che cosa cambia, in sostanza, con l’emendamento Pini? Chi è stato vittima di “un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento di un magistrato, in violazione manifesta del diritto, con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni, o per diniego di giustizia”, può rivalersi facendo causa allo Stato e al magistrato stesso, per ottenere un risarcimento.

Le differenze con la legge Vassalli, pertanto, saltano subito all’occhio: la responsabilità è di carattere decisamente più generico, estesa alla “manifesta violazione del diritto”. E, ancor più importante, la parte lesa può citare in giudizio direttamente il magistrato. Azione che non è possibile trovare in nessun altro Paese europeo, dove il cittadino può rivalersi sullo Stato e, quest’ultimo, in caso di condanna, può in seguito rivolgersi al magistrato.

Senza dubbio, in Italia la procedura necessita di un intervento concreto, poiché, se è vero che il cittadino fino ad ora ha potuto citare in giudizio lo Stato, non si può nascondere la sua estrema articolazione comprendente ben nove gradi di giudizio affinché la condanna diventi definitiva. Dal 1988 a oggi, soltanto 406 cause sono state avviate dai cittadini in tal senso: 34 le citazioni dichiarate ammissibili, appena quattro le condanne.

Diritto a parte, il fatto ha scatenato una lunga coda di polemiche dentro e fuori dal Parlamento, legate, come sempre accade, al voto segreto e alla manifesta volontà di Pdl e Lega, secondo Anm e Di Pietro, di voler punire i giudici. Tempistica che ha del pittoresco, considerando quanto sta avvenendo al Palazzo di giustizia di Milano: la partita a scacchi tra Berlusconi e i giudici del processo Mills prosegue a fatica, sul filo della prescrizione e con il tentativo di ricusazione proposta dai legali dell’ex premier imputato.

Per il momento, dal centrodestra si dicono pronti a modificare la norma che ora passerà in Senato. Anche la guardasigilli Paola Severino si augura che questo accada, soprattutto perché ritiene “poco armoniosi tali interventi spot” su un tema così caldo come quello della giustizia. E il governo, intanto, porta a casa la sua prima sconfitta in aula.

(fonte immagine: http://politicaesocieta.blogosfere.it/2012/02/responsabilita-civile-magistrati.html)

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