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La parolaccia che va di moda in tv

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Il tono feroce e le volgarità ormai contano più dei contenuti espressi.

Il grande Cervantes asseriva in tempi non sospetti che “la lingua è la penna dell’anima”. Resta da chiedersi cosa ci sia rimasto di quella cura per il parlare grazioso e poetico, quel comunicare pacato e umano, quando accendendo la tv di anima se ne vede ben poca e la lingua non è altro che arma d’offesa e d’insulto, il dibattito converge spesso alla rissa e al formicaio vocale altamente cacofonico e in comunicativo.

Questo “spettacolo” di una lingua feroce e maleducata, influisce non poco sulla educazione al parlare dei nostri giovani, e i risultati si sentono facendo per esempio una passeggiata e ascoltando per caso il commento di una giovane donna sul cattivo tempo che per una libertà linguistica diventa: “oggi a Roma c’è un tempo di merda”. Merda si può dire vero? Anche in televisione? Sì, anzi, si può dire di peggio.

Il fatto è che ormai certi termini sono stati “sdoganati”, ma alle dogane di solito si paga un pedaggio e noi lo stiamo pagando in termini di un abbruttimento linguistico lampante e deleterio che diventa spesso vanto e rafforzamento ad esempio di opinioni, in discussioni (avrei voluto usare il termine idee, ma non credo che un’idea vorrebbe essere rafforzata da una parolaccia). Fatto sta, cronaca recente, che il Presidente del Consiglio sdogana con alta risonanza sui media il termine “coglione” e il Presidente della Camera il termine “stronzo” e finalmente abbiamo capito che da oggi si può dire tutto, con buona pace di quei ragazzacci che poco tempo fa noi “bacchettoni” riprendevamo per una parolaccia detta gratuitamente.

Cercasi disperatamente ruolo di educatore verrebbe da dire, perché se cade il tabù linguistico, se cade l’educazione al parlare decentemente, ad ascoltare il nostro interlocutore, cosa ci resta da insegnare ai nostri ragazzi, che fine fa la comunicazione? Ce ne sono di quelli che aprendo bocca infarciscono la …conversazione (vabbé) con intercalari sui genitali, con perifrasi volgari (essere ingannati diventa essere presi per il …. e anche peggio) con imprecazioni che farebbero vomitare quei poverini degli scaricatori di porto ormai tristemente famosi.

Come notava lo scrittore barocco Baltazar Gracián nel suo libro “Oraculo manual y arte de prudencia”, “i metalli si riconoscono dal suono, e gli uomini dalle parole”. Concrete immagini e succhi vitali di una società, le parole sono la più evoluta forma di comunicazione fra individui e presiedono alle attività umane storicizzandole. La significazione verbale concreta le azioni dei soggetti, e in questo modo essi si ambientano nel mondo, nella storia mediante la lingua. La lingua parlata dai ragazzi è il sintomo di un ambiente sano mancante, di una volatilizzazione delle azioni che si trasformano in “sfogo linguistico” più che evento comunicativo, la lingua è il risultato di uno spaesamento generazionale aggravato dall’assenza di figure adulte capaci di sanare e porre una diga alla deriva linguistica giovanile, perché anche gli adulti ormai parlano così, perché non ci si fa più caso, perché nel nostro paese il livello culturale è quello che è, perché si legge poco e male.

Questo linguaggio giovanile ineducato è come un virus con le sue mutazioni, è una realtà effimera e che si trasforma continuamente. Quando uno è alla ricerca di qualcosa, come lo sono i giovani, è come chi si gira nel letto continuamente per trovare la posizione migliore, e questa posizione si chiama identità. I nostri ragazzi stanno cercando la propria identità e questa lingua sembra loro dargliela, sembra loro così parlando di appartenere ad un gruppo, di essere diversi, essi si costruiscono un proprio spazio sociale delimitato precisamente.

L’influenza dei media in questo senso è determinante, essi generano consenso specie nell’adolescente, essi sono dispensatori di verità catalizzate enormemente che il giovane metabolizza istintivamente. L’uso del termine volgare ha lo scopo di abolire le emozioni e di permettere l’ostentazione di una personalità mascolina, forte, decisa. Molto influiscono i media anche sul linguaggio mimico con la violenza e il gesto ingiurioso, molto riducono il bagaglio linguistico e lessicale.

Il linguaggio giovanile come quello televisivo è un parlare veloce che non rispetta i tempi dell’altro, che emargina dal gruppo chi non ne sa decodificare la gergalità. Le fonti massmediali del linguaggio giovanile sono rintracciabili nelle trasmissioni del comico, nella pubblicità e in tutte quelle informazioni che il giovane subisce e che non sa discernere. I risultati sono la mancanza di una identità e di una lingua educativa, la maggior importanza del tono rispetto al contenuto e quindi più intento dichiarativo che argomentativo. Ci dobbiamo preoccupare? Infondo non abbiamo più una lingua “corretta” e uno stile. Poca cosa, vero? Per non parlare della cosiddetta anglicizzazione, no problem dovremmo dire allora. Se la lingua è anche libertà stiamo andando nel verso sbagliato, qualcuno diceva: “Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua”. Allora cominciamo col non maltrattarla, giovani e meno giovani.

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