La giustizia troppo burocratica
“La virtù civica consiste nel desiderio di vedere l’ordine nello Stato, di provare gioia per la pubblica tranquillità, per l’esatta amministrazione della giustizia, per la sicurezza della magistratura, per il rispetto tributato alle leggi, per la stabilità della Repubblica“. Derivante dal termine latino iustitia, da cui discende anche il termine ius, diritto, la giustizia italiana non “fila diritto”, ed anzi, sembra procedere, storta e contorta, quasi alla frutta. Sebbene “giustizia”, esprima “l’ordine virtuoso dei rapporti umani in funzione del trattamento istituzionale dei comportamenti di una persona o di più persone coniugate in una determinata azione secondo la legge o contro la legge”, giusto mezzo aristotelico per promuovere l’uguaglianza sociale, la giustizia non per tutti è uguale, soprattutto in una democrazia (ovvero dominio dei nullatenenti in cui nessuno mira all’utile comune; cfr. degenerazioni aristoteliche). Che sia forma imperfetta della giustizia eterna per Leibniz o “etos” per Zagrebelsky, principio attraverso cui la realtà si vivifica e si illumina, o positivista, ciò che è chiaro è che la giustizia, non solo nel suo aspetto teorico, non sta passando un bel periodo. Anche senso, efficienza, e cultura della giustizia sono precari.
Il senso di giustizia non pende dalla parte giusta. Innato, per il giusnaturalismo, acquisito per i costituzionalisti, esso implica paroloni come onestà, correttezza e non-lesività del prossimo, una specie di virtù.
Scudo, Superlodo, Legge sul legittimo impedimento, sono titoli da prima pagina che chiedono giustizia. A mass media unificati, la giustizia, vestita solo di rosse toghe, è chiamata in tribunale alla ricerca di formule magiche ed incantesimi che liberino il signor presidente dai processi e dalle molto probabili conseguenti condanne. Il 30 gennaio 2010, si è inaugurato l’anno giudiziario nelle Corti d’Appello tra polemiche, denunce dell’Associazione nazionale magistrati e critiche al processo breve, considerato un mezzo per il galoppo del cavaliere. Stranamente in calo, invece, i processi per mafia, sebbene molte mani di pulito hanno poco.
Un anno prima, invece, il 31 gennaio del 2009, il rapporto Doing Business della Banca Mondiale, mette in discussione l’efficienza (o meglio deficienza) nostrana della giustizia, rivelando che l’Italia ricopre il 151esimo posto nella classifica internazionale sull’efficienza dei sistemi di giustizia del mondo; “il sistema giustizia in Italia è peggiore di quello di molti altri paesi africani come l’Angola, il Gabon, la Guinea e il São Tomé”, disse Vincenzo Carbone, primo presidente della Cassazione.
A questa situazione, si lega, anche la scadente cultura della giustizia, ben esperibile nella situazione delle carceri. Nell’ordinamento italiano, la pena ha finalità rieducative (ex art.27, 3° comma Cost.); tale finalità, unitamente alla previsione ex.art.27, 1° comma Cost., che prevede il divieto di una pena che oltrepassi il senso di umanità, appare continuamente compromessa, soprattutto laddove si analizza il numero di detenuti deceduti nell’ultimo anno (2009; 175), alcuni morti in maniera inspiegabile. A questi numeri, non si comprende come lo Stato recuperi il reo e come si impegni ad inserire tali persone nella società al termine del loro excursus in carcere.
Deontologie a parte ed appartate, oramai, la giustizia non è per tutti: diritti inviolabili al verde,richieste non ascoltate, voci in pianto, leggi ad personam e impedimenti di ogni tipo, fanno la giustizia una questione da ricchi, carissima, insomma. Dunque, “Beati gli affamati di giustizia perché saranno giustiziati”, diceva Angelo Cecchelin.