La “causa sacra” di Karadzic
L’ex leader politico serbo-bosniaco risponde alle accuse della Corte dell’Aia sui crimini di guerra.Dopo un lungo boicottaggio, il primo marzo è finalmente comparso davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia Radovan Karadzic, arrestato su un autobus di Belgrado nel 2008, dopo quasi 13 anni di latitanza.
Sulla testa dell’ex presidente della Repubblica di Srpska dal 1992 al 1996 pendono 11 imputazioni per genocidio, crimini di guerra e lesa umanità. Si presenta in aula con la cravatta rosso-blu, come i colori della bandiera nazionale.
La sua arringa in terza persona e rigorosamente in serbo inizia così: ”Utilizzerò il processo per difendere la grandezza della nazione serbo-bosniaca e per la sua causa, che e’ sacra”. Secondo Karadzic “I musulmani avevano fatto questa scelta: una Bosnia sovrana e indipendente che non poteva che portare alla guerra”: il riferimento è al referendum bosniaco sull’indipendenza (1 marzo 1992), contrastato dai serbo-bosniaci, che portò alla guerra civile.
Tentando di attualizzare la sua politica di allora afferma : “volevo prevenire uno Stato islamico nel cuore dell’Europa”. Questa visione di una pericolosa avanzata musulmana non riesce a nascondere il sospetto di pulizia etnica ed entra in contrasto con l’effettiva realtà della comunità islamica bosniaca degli anni novanta, vista ovunque come modello di integrazione e laicità.
Le sue parole e i suoi atteggiamenti sembrano quelli di un politico per il quale 15 anni non sono passati e purtroppo ricordano quelli di Milosevic, ex presidente della Serbia e Repubblica Federale di Jugoslavia, quando toccò a lui difendersi dall’indifendibile.
L’accusa di genocidio a suo carico si riferisce ai fatti accaduti a Srebrenica nel luglio 1995. La guerra bosniaca stava giungendo al suo epilogo (finirà ufficialmente con l’Accordo di Dayton nel novembre dello stesso anno) e, sotto lo sguardo impassibile della comunità internazionale, si consumava il più grande crimine verificatosi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Morirono circa 8000 cittadini bosniaci musulmani.
La città di Srebrenica, seppur in un territorio completamente in mano ai serbo bosniaci, rientrava nelle “zone protette”, nelle enclaves musulmane sotto tutela dell’ONU.
Quest’ ultimo avrebbe dovuto garantire la protezione dall’assedio serbo con la presenza di Caschi Blu olandesi .Il 30 maggio del 1995 l’ONU dichiara che i soldati possono lasciare quelle zone; Il 9 luglio 1995 l’esercito serbo bosniaco inizia a bombardare: i caschi Blu tentano di persuadere la popolazione alla resa garantendo l’intervento della NATO e nel frattempo, per salvare se stessi, cedono in blocco tutto il loro armamento ai serbi.
La popolazione, nella convinzione che si tratti dei “buoni”, non oppone resistenza all’entrata dei serbo bosniaci in città e si ritrova inerme. Nelle settimane successive avverranno uccisioni, stupri , esodi di massa e seppellimenti in fosse comuni. Mentre ancora oggi molti cercano i propri cari, l’imputato ha dichiarato che il massacro di Srebrenica è “un mito, un’invenzione”; mentre le Madri di Srebrenica attendono giustizia per i loro mariti e figli, Karadzic ha scelto l’autodifesa, allungando i tempi del processo e trasformando i suoi interventi in tribune politiche. Per una Bosnia ancora profondamente colpita nel paesaggio e negli animi c’è da auspicarsi che questo processo rinsaldi l’unione nazionale e non accenda inutili fondamentalismi ancora latenti.
Per saperne di più:
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/03/01/visualizza_new.html_1709100367.html
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/topnews/2010/03/02/visualizza_new.html_1709900910.html
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/12506/1/42/
