La Binetti divorzia dal PD
Paola Binetti uscita dal Partito Democratico approda all’UDC di Casini.Non è stata un’apripista: già si erano registrate le uscite di Francesco Rutelli che ha costituito la componente di “Alleanza per l’Italia” all’interno del gruppo misto (con un drappello di parlamentari usciti dal PD, tra cui l’ex ministro Linda Lanzillotta e l’ex presidente di Federmeccanica Massimo Calearo) all’indomani dell’affermazione di Bersani alle primarie del PD per eleggere il segretario.
La decisione della Binetti (che segue le orme di Renzo Lusetti ed Enzo Carra, anch’essi passati all’UDC) è stata annunciata a seguito dell’investitura di Emma Bonino a candidata presidente del Lazio con l’appoggio del PD. La professoressa di storia della medicina (la Binetti proviene da quell’ambito professionale) è divenuta nel corso di questi ultimi 3 anni l’emblema di chi si erge a baluardo incrollabile dei valori cristiani, facendone il proprio cavallo di battaglia caratterizzante. La sua uscita dal PD apre di conseguenza una riflessione specifica sulla agibilità politica da parte della cultura cattolica più intransigente.
L’aut-aut sulla Bonino, che incarnerebbe per la sua storia il contrasto più stridente con i valori dei quali la Binetti si sente portatrice, costituisce l’esito finale di una vicenda politica che ha portato molte fibrillazioni dentro il PD. Basti ricordare la campagna apertamente astensionista sul referendum riguardante la procreazione assistita (peraltro in compagnia di Rutelli e Fioroni), la chiusura totale nella vicenda dei Dico, fino alla vicenda di Eluana Englaro col suo portato di considerazioni relative al testamento biologico; infine la evocata “deriva zapaterista”, ormai acclarata a suo giudizio dalla candidatura di Emma Bonino.
L’uscita della Binetti ha provocato reazioni differenziate; da chi ha espresso rammarico a chi ha esultato (al congresso dell’Arci Gay vi è stata una vera standing ovation al diffondersi del lancio d’agenzia…). L’impressione è comunque che si sia tagliato un nodo gordiano, che forse può contribuire a far chiarezza. Rimane sul tappeto il tema della presenza dei cattolici nel PD, e più in generale del rapporto con le istanze squisitamente vaticane. Perché è tanto dilaniante la questione nei ranghi del PD mentre non pare porsi il problema nello schieramento che compone l’attuale maggioranza al governo? Anche nel PDL sono presenti componenti che fanno della laicità un vessillo (pensiamo all’ex radicale Della Vedova, ad esempio); inoltre alcune sortite della Lega Nord negli ultimi tempi non sono state troppo tenere nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, eppure non si registrano scosse telluriche nello schieramento della maggioranza su questi temi.
Non si può attribuire solo alla inveterata vocazione “tafazzista” della sinistra questa differenza. In questo paese nessun politico con cognizione di causa può deliberatamente riproporsi di entrare in rotta di collisione con le gerarchie vaticane, però il peso politico della Santa Sede (che in democrazia si misura con la consistenza elettorale) a tutt’oggi è difficilmente quantificabile. In pratica, rimane una chimera stabilire quanti voti farà perdere la Binetti, o quanti ne farà guadagnare, con la sua fuoriuscita.
L’impressione è comunque che gli spostamenti di voti nel futuro immediato non siano ascrivibili in misura rilevante a temi etici. Così come un retropensiero insistente attribuisce la benevolenza o meno accordata dal Vaticano alle maggioranze che si sono avvicendate più a criteri di natura contabile (elargizioni e concessioni) che a parametri di stampo morale.
