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L’Italia di Josè Saramago

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Presentato al Quirino di Roma “Il quaderno”, l’ultimo libro del premio nobel”.

Mercoledì 14 ottobre, in una fresca serata romana di primo autunno, il premio nobel per la letteratura José Saramago ha riscaldato il pubblico romano – accorso in massa al Teatro Quirino per quest’incontro-presentazione del suo ultimo lavoro, “Il quaderno” (Bollati Boringhieri, 2009) – passando da un argomento all’altro con la disinvoltura e la colta ironia che lo contraddistingue.

Di questo libro si è parlato molto negli ultimi mesi per via della scelta da parte di Einaudi (gruppo Mondadori) di non ritenere opportuno pubblicarlo, per via di alcune critiche esplicite al capo dell’attuale governo italiano, nonostante lo scrittore portoghese fosse tra gli autori di punta della gloriosa casa editrice. Nell’incontro non si è parlato di questo fatto specifico ma, incalzato da Giacomo Marramao, mediatore della serata, non sono mancate piccate critiche all’Italia di questi anni e al nostro presidente del consiglio. “In Italia ci sono due idiomi, quello di Silvio Berlusconi da un lato e quello di Rita Levi Montalcini dall’altro. Due idiomi, due lingue diverse che non permettono al nostro popolo di comunicare tra loro”. Con il Presidente del consiglio ci va giù pesante: “una persona che non rispetta se stesso, non può rispettare gli italiani. Un presidente indecente”. Da comunista convinto quale è, ricordando però la tradizione della sinistra europea, Saramago non capisce come sia possibile che la gente voti e accetti un governo che parte con alcuni presupposti inconciliabili tra loro. Per l’autore di “Cecità” bisogna, difatti, ri-iniziare a dare il peso giusto alle parole, vita e scrittura sono fonti di esperienze e bisogna combattere contro il sistema dell’indifferenza, prima ancora che contro un sistema politico inadeguato. “Io non amo la speranza, io amo l’impazienza”: non si può restare immobili in un mondo in cui siamo “tutte persone che pur vedendo non vedono”. È il teorema di “Cecità”, quello che porta avanti ormai da anni: un “viaggio della vista” che lo porta ad osservare realtà anche lontane dalla sua. Come l’Italia, appunto. Un’Italia che, ben intesi, è per lui ancora la culla della cultura, un paese amatissimo che deve rialzarsi. Cercando nuovi esempi: la Montalcini, “grandissima donna, sono innamorato di lei”, e Saviano. Si ferma moltissimo sul giovane autore di Gomorra e sul dispiacere di non averlo potuto incontrare (doveva essere presente ma motivi di sicurezza non lo hanno permesso). Si parla dell’intervista che sarebbe uscita il giorno dopo su “Il Corriere della Sera – Magazine” ma di cui già si parlava da giorni: come è possibile che Vittorio Pisani, funzionario dello stato e Capo della Squadra Mobile di Napoli, si scagli contro l’assegnazione della protezione e della scorta a Saviano?

La domanda (in realtà senza fare il nome specifico dell’intervistato) rimane sospesa nell’aria: Saramago la sa la risposta ma preferisce non affondare, c’è soprattutto delusione nei suoi occhi: “mi dispiace, ma spero che un giorno avrò l’onore di incontrarlo”.

Marramao incalza sulle domande, la traduttrice soffre le lunghe risposte (“nella vita privata sono timido e taciturno ma datemi un microfono e parlo per ore senza interrompermi”) e lui sorride, s’immalinconisce, ironizza e fa auto-ironia. Si scherza sui consigli che spesso i giovani scrittori gli chiedono: “non li do mai, anzi sì, ne do due. Il primo è di non avere fretta, il secondo do non perdere tempo”. Ma si scherza soprattutto sulla propria morte, quella che qualche mese fa gli è apparsa vicina: “sono morto e resuscitato, se Gesù Cristo ci ha messo tre giorni, io pochi minuti”. E sì, siamo stati vicini dal perderlo: “non posso morire ora, Pilar non me lo permetterebbe”. Eccola che spunta l’adorata e “colta” compagna e per lei sono parole dolcissime, lente e assaporate come se il solo pronunciare quel nome fosse per lui, dopo tanti anni, ancora sinonimo di un amore grandissimo. Commuove quando spiega le ragioni del libro e del blog da cui prende i testi: “è Pilar l’artefice di tutto, la mia Pilar, è lei che mi mantiene in vita ed è per lei tutto questo mio testamento”.

Il portoghese è una lingua dolce, la voce di Saramago è però rauca: a volte, nelle sue parole, si sente il sono spezzato del tempo, di voler dare suoni e significati ad ogni pensiero. Un fluido di fonemi che penetra nel cuore, si dipana nel teatro, crea un senso magico da cui attingere nuove riflessioni. Il senso di chi, più di tanti altri, con la sua opera, nel suo complesso, ha capito il nostro tempo.

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