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L’inverno di Piazza Tahrir

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I militari, le manifestazioni e le vittime: in Egitto la democrazia è ancora un miraggio

Sono nere le colonne di fumo che si alzano da Piazza Tahrir, un tempo simbolo di un’insurrezione senza precedenti e ora tornata a rappresentare la repressione di un popolo egiziano che non trova pace e stabilità.

Scontri a piazza Tahrir (Il Cairo, Egitto)

Sedici persone, negli scontri con le forze governative della scorsa settimana, vanno ad aggiungersi alla lunga lista di tutti coloro che per le piazze e le vie del Cairo hanno perso la vita. Cinquecento, invece, i feriti.

Poco sembra essere rimasto della tanto acclamata primavera araba in Egitto. Il Paese che, insieme alla Tunisia, ha cambiato la storia del Nord Africa ai danni di un despota al potere da decenni, si ritrova dopo nemmeno un anno a fronteggiare un regime se possibile ancora più duro. È quello orchestrato dalla potentissima giunta militare al comando. Coloro che si ponevano come traghettatori di un Egitto alle soglie della democrazia, ora caricano le folle, chiudono ogni varco, sgomberano le piazze con la forza.

La voce contro i lacrimogeni, i sassi contro le fiamme, confronto impari tra chi protesta e chi reprime. Eppure, il popolo egiziano continua nella sua lotta per la democrazia. Non può stare a guardare di fronte a chi promette libertà e nuovo benessere, ma prosegue nel dar vita a governi in maniera arbitraria e che di certo non rappresentano il volere dei cittadini. Infatti, la nomina di Kamal el Ganzour come primo ministro in seguito alle discusse elezioni del 28 novembre, ha scatenato la nuova ondata di proteste nella capitale.

Lui, economista di 79 anni ed ex premier dal ’96 al ’99 durante il regime di Mubarak, avrà anche buoni propositi, come quello di traghettare il Paese fino alle elezioni presidenziali del prossimo giugno. Difficilmente, però, verrà riconosciuto dal popolo come guida nel lungo percorso che dovrebbe portare a un Egitto democratico e stabile.

Il problema di fondo non cambia: i militari fanno il bello e il cattivo tempo, non sono più garanti ma sequestratori della transizione egiziana. Pongono in atto quello che, secondo alcuni, si può definire mubarakismo senza Mubarak.

L’alba degli egiziani, sorta senza leader né un movimento che li rappresentasse, si riconosce sempre di più in una personalità di spicco che ha sempre sostenuto i manifestanti e tutti coloro che hanno fatto di Piazza Tahrir l’emblema del nuovo ordine arabo: Mohammed el Baradei, ex direttore generale dell’Aiea e premio Nobel per la Pace.

Combattuto tra la possibilità di candidarsi alle presidenziali della prossima estate e l’opportunità di lanciarsi fin da ora alla guida di un governo di salvezza nazionale, il suo ruolo rimane indefinito, sullo stesso livello di un’opposizione che fatica a elaborare un piano d’azione comune e concreto. Come testimoniano blogger e opinionisti vicini al popolo, soltanto i Fratelli Musulmani costituiscono un’alternativa alla giunta militare. E non a caso, sono dati per favoriti nelle tante consultazioni elettorali che attendono l’Egitto nel 2012.

Per il resto, nella miriade di partiti e gruppi che intendono competere per la guida del Paese, difficilmente si raggiungono cinquemila membri. Inoltre, organizzazione, leadership e idee latitano. In una parola, sono irrilevanti. E allora, a che cosa andrà incontro la generazione di egiziani che ha lottato fino a questo momento? Fiorita come a primavera, rischia di inaridirsi nel nuovo inverno.

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