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Italian dream?

Il turismo un comparto tra i più significativi anche in termini di introiti.Applicato poi all’Italia, che con un certo autocompiacimento definiamo Belpaese, assume rilevanza ancora maggiore. Ben oltre il 50%  dei giacimenti culturali ed archeologici del mondo risiede nella nostra penisola, il che dovrebbe garantire una supremazia inattaccabile. Invece non è così, ed anzi negli ultimi tempi registriamo un trend negativo della destinazione “Italia”. Destino cinico e baro? Non esattamente. L’offerta turistica si fa sempre più complementare, e la rendita derivante da bellezze artistiche, paesaggistiche e culinarie non garantisce l’erosione di quote di mercato da parte di altre destinazioni, forse più attrezzate rispetto alla crescente domanda di “personalizzazione” dell’esperienza turistica.

Certamente il fattore prezzo ha una sua importanza, ma non costituisce l’unica discriminante nella scelta del periodo di vacanza. L’idea che fornire vitto ed alloggio sia la risposta esaustiva alla richiesta di vacanza è entrata da tempo in crisi. Il mercato turistico risulta sempre più segmentato, con la richiesta di servizi ed esperienze ad hoc, fatte su misura per delle specifiche esigenze. La vacanza sempre più viene vissuta come “esperienza complessiva” che vuole coniugare il rilassamento alla curiosità di accostare altre occasioni cognitive. Ed inoltre si afferma un “allungamento” delle stagioni dedite alla vacanza: non più le “doverose” due settimane estive al mare o in montagna, ma occasioni di microvacanze spalmate su tutto l’arco dell’anno.

E sta crescendo un atteggiamento proattivo verso l’esperienza turistica: non più solo stesi in spiaggia da mane a sera (se si è al mare) o a perlustrare boschi (se si è in montagna), ma alla ricerca di occasioni in cui ci si possa calare nella realtà del luogo visitato. A meno di trovarsi in un villaggio turistico blindato verso l’esterno, la curiosità di confrontarsi con il vissuto quotidiano della popolazione locale, di accostare il “genius loci”, risulta abbastanza spontanea.

In tal senso il viaggiatore somiglia un po’ all’esploratore o all’infante, necessita di una bussola poiché le coordinate che applica nella sua vita quotidiana nei luoghi nei quali risiede non trovano automatica applicazione nei territori della sua vacanza. E trovare un orientamento verso le opportunità che un luogo “altro” può offrire gli risulta assai prezioso. Ecco, da questo punto di vista l’Italia sconta un gap rispetto ad altre destinazioni.

Il binomio sole – mare da solo non basta più; la stessa fruizione del patrimonio culturale (pensiamo alle strutture museali) è associata a dei servizi accessori che ne agevolino l’approccio. Chiunque abbia visitato musei all’estero ed è in grado di fare un raffronto con la gran parte delle strutture similari in Italia ha nitida cognizione di ciò che stiamo affermando. Certo, la sindrome di Stendhal (patologia così denominata nel lessico scientifico) incombe sui visitatori stranieri in Italia; non di meno incombono anche una serie di disagi legati al non proverbiale feeling tra indole italiana ed organizzazione…!

Lavorare su questi aspetti per migliorare l’offerta e l’appeal della destinazione Italia, e non su grossolane campagne promozionali all’insegna di un “italian dream” che fuori dai patrii confini desta o ilarità o indulgente buonumore, servirebbe a rilanciare il nostro paese come meta turistica. Senz’altro un contributo decisivo lo può dare la valorizzazione dei numerosi borghi che costellano la penisola, in un’ottica di mantenimento della vocazione territoriale e rifuggendo dal “consumo” del territorio stesso che preluderebbe all’esaurimento delle caratteristiche stesse che ne fanno meta turistica.

Non fa riflettere che il Chiantishire o il territorio ragusano del commissario Montalbano siano più conosciuti ai tedeschi ed agli inglesi che agli italiani stessi?

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