Italia: questioni di leadership
Viaggio nella leadership politica italiana, da Mussolini a Prodi.Questioni di leadership, le affronta Max Weber in numerosi scritti. Negli anni Venti, il sociologo tedesco descriveva la leadership carismatica come “una certa qualità della personalità di un individuo, in virtù della quale egli si eleva dagli uomini comuni ed è trattato come uno dotato di poteri o qualità soprannaturali, sovrumane, o quanto meno specificamente eccezionali. Questi requisiti sono tali in quanto non sono accessibili alle persone normali, ma sono considerati di origine divina o esemplari, e sulla loro base l’individuo in questione è trattato come un leader”.
Tuttavia, prosegue Weber, “per la sua peculiare natura e per la mancanza di un’organizzazione formale, l’autorità carismatica dipende dalla cosiddetta legittimità politica percepita. Se dovesse vacillare la forza di siffatta fede, lo stesso potere del capo carismatico potrebbe decadere rapidamente, il che per l’appunto costituisce una manifestazione di come questa forma di autorità sia instabile”.
Più volte, e in maniera più o meno azzardata, non sono mancati, in Italia, paragoni tra Benito Mussolini e Silvio Berlusconi. Per certi versi il cerchio storico della leadership carismatica nel nostro paese, è parso chiudersi.
I punti fondamentali sui quali occorre riflettere sono soprattutto due: in primo luogo esiste una certa, troppo spesso sottovalutata, differenza tra carisma personale e leadership carismatica; in secondo luogo, il leader carismatico, al di là della deformazione totalitaria che ha assunto nell’Italia mussoliniana, è perfettamente conciliabile ed inseribile all’interno di un contesto democratico.
Questioni di leadership, dunque, hanno accompagnato e accompagneranno anche in futuro la costruzione politica nel nostro paese. Con l’imporsi della leadership berlusconiana, torna di grande attualità il discorso attorno al leader carismatico. Quel leader che il centro destra sembra aver incoronato e che il centro sinistra, invece, si affanna a trovare. Nel “mezzo”, l’Italia ha vissuto, lungo tutto l’arco repubblicano, numerose questioni di egemonia politica che si sono incarnate di volta in volta in un particolare individuo al quale veniva riconosciuto il ruolo di leader da parte della società civile o delle altre forze politiche. A partire da De Gasperi, passando per Berlinguer; da Andreotti a Craxi; da Berlusconi per finire con Prodi, la nostra storia parlamentare è ricca di esempi di uomini dotati di qualità politiche considerate eccezionali.
Mussolini, il leader carismatico. Antonio Gramsci, riferendosi al momento di crisi del sistema borghese, che imperversa nei primi decenni del Novecento, scrive che “quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici”.
Gramsci spiega, nei Quaderni del Carcere, come quella messa in scena dal capo carismatico sia una rappresentazione offerta ad una platea bisognosa di rassicurazione e finalizzata a trasformare le masse umane degli spettatori in un semplice strumento al servizio del proprio progetto politico. Secondo Gramsci, il leader carismatico, impiega dunque per fini politici un “apparato coreografico fantasmagorico”, sfoggia “grande oratoria e colpi di scena”, ricorre a misure plebiscitarie capaci di suscitare nella folla la sensazione di essere pienamente protagonista della storia che si compie. E ancora, “prediche morali”, “pungoli sentimentali”, “i miti messianici di attesa di età favolose in cui tutte le contraddizioni e miserie presenti saranno automaticamente risolte e sanate”.
La domanda è: come si impone sulle masse un leader carismatico? Mussolini ne offre una riprova storica, attraverso il consenso. E allora, la domanda successiva, come si ottiene il consenso della società civile? Lo si ottiene attraverso la capacità del leader di comunicare con la massa, di “leggerle nel pensiero”, di utilizzare un apparato mediatico “fantasmagorico”.
De Gasperi, il servo di dio. Alcide De Gasperi, tre volte leader: fondatore della Democrazia Cristiana, primo presidente del Consiglio della Repubblica Italiana nonché uno dei padri fondatori del sogno chiamato Unione Europea. La prima forte conquista politica la ottiene nel 1948 quando conduce la sua DC ad una vittoria storica con il 48% dei voti (che è tra l’altro il risultato migliore mai ottenuto da un partito in Italia).
Nel 1954 muore improvvisamente nella sua casa in Val di Sella; lungo il tragitto che la salma compie per raggiungere Roma, il feretro viene rallentato da numerose soste impreviste: “grandi masse di persone accorrevano da ogni dove per donare un omaggio alla salma”.
A De Gasperi va il grande pregio politico d’aver traghettato un paese esanime in una nuova era di rinascita e ricostruzione. E’ il leader che potremmo definire “al posto giusto, nel momento giusto”. Un leader investito del suo ruolo, più che dalla società civile, dall’esigenza storica.
Berlinguer, il più amato. In occasione delle elezioni politiche del 1948 (vedi sopra, sfondamento DC), Papa Pacelli scomunica i comunisti. Con l’ascesa di Enrico Berlinguer, inizia tenacemente a farsi strada la formula “catto – comunista”, una sorta di ricetta politica che mira a porre in risalto gli “ingredienti” di contatto esistenti tra partiti cattolici (la Dc su tutti) e i cosìddetti “basisti” del PCI.
Questo intenso lavoro di avvicinamento dei comunisti all’elettorato di matrice cattolica, porta il Partito Comunista ad una prima grande vittoria elettorale nel 1976 quando ottiene, da solo, il 34,4% dei voti alla Camera dei Deputati stringendo a pochissimi punti percentuali il divario con la DC.
Si apre l’epoca, ad un tempo temuta e allo stesso tempo sperata, del “sorpasso”. Si fa sempre più concreta la possibilità che i comunisti possano entrare a far parte della compagine di governo. Ma occorre un referente, e pare che Enrico Berlinguer ne abbia trovato uno, assai valido, nella figura di Aldo Moro.
Nel 1978 si affaccia alla storia, con fare sempre più realistico, quello che sarà a lungo ricordato con il nome di “compromesso storico”.
Il primo a parlare di possibili “convergenze paralelle” è, a sorpresa, proprio Moro. Il clima di forte tensione nazionale faceva temere l’imporsi di soluzioni di “tipo cileno”. Al fine di non essere irrimediabilmente inghiottiti dalla logica della guerra fredda, si apriva uno spiraglio di dialogo tra due forze politiche storicamente, e fondamentalmente, “ostili”.
Proprio mentre il lavoro incessante di avvicinamento da parte di Moro e Berlinguer pareva sortire degli effetti politici (nel marzo del ’78 prendeva vita il governo Andreotti al quale il Pci si impegnava a non fare opposizione) il capo di governo cambiava le carte in tavola di soppiatto, assegnando alcuni ministeri a personalità particolarmente invise ai comunisti, fatto che provocava una dura reazione e la conseguente rinuncia, da parte del Pci, ad entrare a far parte della maggioranza di governo.
La stessa mattina in cui sarebbero stati presentati al Parlamento i nomi della nuova formazione ministeriale, Aldo Moro veniva rapito per mano delle Brigate Rosse. Berlinguer intuiva immediatamente la gravità del calcolo politico posto in essere dai terroristi e prendeva dunque la decisione di concedere la fiducia al nascente governo Andreotti, nei tempi più ristretti possibile, fermo restando lo scacco che il nuovo presidente del Consiglio aveva tentato di infliggere a quel lavoro di inesauribile ricerca di dialogo messo in piedi da Moro e Berlinguer e che il politico sardo spiegava così: “Vogliamo una maggiore influenza, pur rimanendo all’opposizione. Vogliamo un’intesa, corretta, con le forze cattoliche e socialiste. Siamo contro il sistema antidemocratico di governare in assenza di discussioni, di confronti e di contributi. Se si vuole che migliorino i rapporti tra i partiti è necessaria una dialettica più aperta”.
Il settimanale “Tempo”, commissionava nel 1976 alla Demoskopea un’inchiesta sondaggio sull’indice di gradimento di Berlinguer rispetto ad una serie di altri politici italiani. Il politico sardo dominava tutte le classifiche. Riguardo grado di fiducia e simpatia, lo scarto di Berlinguer rispetto agli altri uomini politici del suo tempo, era incolmabile. Risultava essere l’uomo politico maggiormente capace di migliorare la vita politica del paese; primo della lista anche riguardo il potere di riuscire a migliorare realmente la situazione; terzo per quanto riguardava il “potere di trasformare”.
“Il più amato”, muore a Padova l’11 giugno del 1984. Ai suoi funerali, a Roma, parteciperà circa un milione di persone. In occasione delle elezioni europee del 17 giugno, il Pci decide di rendere omaggio al suo leader lasciandolo capolista e chiedendo all’elettorato di esprimersi, comunque, in un voto plebicliscitario. E’ troppo tardi, ma l’ambito sorpasso si compie. Seppur di pochissimo, il Pci è il primo partito in Italia con il 33,3% dei voti contro quasi il 33,0% della DC.
Enrico Berlinguer diventa leader a sua insaputa. Incarna con estrema umiltà le aspettative di un popolo che ha smesso di credere “ai miracoli di un uomo carismatico” (l’ultimo in fondo era stato Mussolini), e istituisce un rapporto di calore con le masse che riesce addirittura a sopravvivere alla sua morte.
Andreotti, il divo. Fu segretario di Alcide de Gasperi. Indro Montanelli, parlando del rapporto tra i due, ebbe a scrivere: “quando andavano in chiesa insieme, De Gasperi parlava con Dio, Andreotti col prete”. Per utilizzare una formula più esplicita, Giulio Andreotti si impone sulla scena politica democristiana per il suo pragmatismo. Una concretezza che evidentemente ripaga, visto che parliamo di un uomo che fu presente in praticamente tutti i governi della cosiddetta Prima Repubblica.
Nel biennio ’72-’73 Andreotti diventa per la prima volta presidente del consiglio; nel ’76 è lui l’esponente prescelto per porre in essere il cosiddetto “governo della non sfiducia” (che si reggeva grazie all’astensione dei partiti dell’opposizione). Ed è ancora Andreotti l’uomo della “solidarietà nazionale”, nata dall’emergenza del rapimento Moro ma protrattasi fino al 1979 quando la Dc respinge la richiesta comunista di una partecipazione più diretta alle manovre di governo. E’ ancora Andreotti, l’ideatore della “strategia dei due forni”, che prevede che il partito di maggioranza relativa possa rivolgersi, alternativamente, al Pci o al Psi, in base alla regola del “prezzo del pane più basso”. La strategia lo pone in un rapporto di aperto conflitto con il segretario socialista Bettino Craxi e non a caso, infatti, Giulio Andreotti rimarrà estromesso dai giochi di governo durante la legislatura successiva.
Nell’83, tuttavia, è proprio Bettino Craxi a nominarlo Ministro degli Esteri, incarico che rivestirà fino al 1989, ponendosi come ponte di contatto tra il presidente del Consiglio e la Dc di De Mita che non mancava di scontrarsi in più occasioni con il leader socialista. Quando, nel 1989, il celebre CAF (asse Craxi, Andreotti, Forlani) fece cadere il governo De Mita, fu ancora una volta Giulio Andreotti ad essere chiamato a presiedere Palazzo Chigi.
Nel 1992 quello di Andreotti appare il nome più papabile per la presidenza della Repubblica, candidatura che però divenne impraticabile in seguito all’omicidio del giudice Giovanni Falcone: nel marzo dello stesso anno, infatti, era stato ferocemente assassinato l’esponente sicialiano della Dc, Salvo Lima, della corrente andreottiana, per mano mafiosa. Si optò dunque per nomi più “istituzionali”, il nuovo Presidente della Repubblica sarà Oscar Luigi Scalfaro.
Giulio Andreotti, non certo un leader carismatico, sicuramente non una figura politica che sia stata capace di imporsi nell’immaginario collettivo suscitando pulsioni, per così dire, sentimentali. Eppure riconosciuto comunemente come l’uomo più influente nella storia d’Italia dal secondo dopoguerra agli anni Novanta.
Craxi, il cinghiale. Il primo socialista a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio, a capo dell’ennesimo partito per il quale il 1976 segna una data cruciale: il Psi cala sotto la soglia fatidica del 10% in un momento in cui i cugini comunisti, invece, registrano l’ascesa storica con Berlinguer. Craxi viene eletto nuovo segretario di partito con l’obiettivo di trainare i socialisti al di là della sponda critica della sconfitta elettorale.
L’inimicizia storica con il Pci lo spinge immediatamente a mettere i bastoni tra le ruote del compromesso storico e ad aprire, in alternativa, lo scenario dell’alternanza tra Psi e Dc al governo. In occasione del rapimento Moro sarà l’unico leader italiano possibilista riguardo l’eventualità di giungere a patti con i terroristi; sarà il primo leader politico italiano a fare dell’immagine una componente essenziale di governo. Grazie allo stratagemma del “pentapartito”, Craxi riesce abilmente a tagliare fuori dai giochi di governo i comunisti, grazie ad una alleanza fra Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli. I provvedimenti craxiani di più importante portata politica furono fondamentalmente tre: gli “Accordi di Villa Madama”, grazie ai quali la religione cattolica abbandona il titolo di “religione di Stato”; il “decreto di San Valentino” sulla scala mobile (firmato senza la concertazione con la Cgil); il “decreto Berlusconi”, che sancisce la legalità delle emittenti private.
Nel settembre dell’85 Craxi compie un vero e proprio miracolo di politica internazionale: si oppone agli USA. La nave da crociera italiana, Achille Lauro, veniva dirottata da un commando del Fronte per la Liberazione della Palestina. Dopo momenti di grande tensione, si raggiungeva un accordo che accordava ai terroristi l’immunità in cambio della resa. Due giorni dopo, tuttavia, si scopriva che un cittadino americano di origine ebrea, paraplegico, era stato ucciso a bordo e gettato in mare. In ottobre gli aerei statunitensi intercettavano in volo l’aereo che conduceva i dirottatori in salvo, in Tunisia, e gli intimavano di dirigersi verso la base NATO di Sigonella, in Sicilia. L’allora presidente del Consiglio, Bettino Craxi, rifiutò di consegnare agli americani la gestione della situazione. I carabineri di stanza all’aeroporto si schierarono contro la Delta Force statunitense, in difesa dell’aereo egiziano. Si trattò indiscutibilmente della più grave crisi diplomatica tra Italia e Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale.
Come un fulmine a ciel sereno arriva il 1992. L’ingegnere Mario Chiesa, esponente del Psi, viene arrestato per una tangente ricevuta da una ditta di pulizie. E’ l’inizio del collasso della Prima Repubblica che passerà alla storia con il nome di Tangentopoli. Bettino Craxi, investito dal ciclone Mani Pulite, fugge in Tunisia nel 1994. Un anno dopo viene dichiarato ufficialmente latitante. L’era craxiana rimane indelebile nella storia della Repubblica italiana e rivive negli occhi di un’intera generazione in quel lancio di monetine al quale Craxi fu sottoposto all’uscita dell’Hotel Raphael.
Bettino Craxi ha traformato il Partito Socialista Italiano nel partito di un solo leader. L’era craxiana, con il senno di poi, è stata in fondo la prova tecnica di trasmissione per il berlusconismo, che può essere considerato il suo legittimo erede.
Berlusconi, il berlusconismo. L’esperienza politica preliminare di Silvio Berlusconi inizia grazie alla forte amicizia con Bettino Craxi. Nel 1984 il governo Craxi vara il già citato “decreto Berlusconi”, mentre, nel privato, Craxi diventa padrino di battesimo di Barbara Berlusconi. Nel 1990, è ancora il leader socialista ad essere scelto da Silvio Berlusconi come testimone, alle nozze con Veronica Lario. Il patto è ormai sancito. Nel 1993, in piena Tangentopoli, Berlusconi utilizza le sue emittenti private per sostenere il Psi alle elezioni. Ma i giochi sono fatti; Craxi è ad un passo dall’arresto e si rifugia ad Hammamet.
Silvio Berlusconi decide dunque di scendere personalmente in campo e lo fa alla sua maniera. Si apre l’epoca della politica giocata su campo televisivo. Alcuni dei volti più noti di Fininvest esprimono in diretta il loro appoggio politico all’”uomo che si è fatto da solo”; tra questi Mike Buongiorno, Iva Zanicchi, Ambra Angiolini, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini. Si apre ufficialmente quella che Erik Gandini ha recentemente definito Videocrazia. Torna ad emergere, per la prima volta dal dopoguerra, la figura di un leader carismatico che si affida ad un “apparato coreografico fantasmagorico”. A differenza di Craxi, che pure dirotta il Psi sulla sua personale leadership, con Silvio Berlusconi si compie un ulteriore passo in avanti nella costruzione dell’egemonia mediatica. Egli, infatti, non incarna semplicemente un partito, nella fattispecie Forza Italia, ma un’intera coalizione di governo e, presto, un intero stile di vita, un fenomeno assieme sociale e di costume.
Slogan brevi ma incisivi perché capaci di arrivare dritti al cuore delle masse (il presidente operario); il Contratto con gli Italiani stilato in diretta tv; i trascorsi come cantante nelle navi da crociera e come venditore porta a porta; sono questi i “pungoli sentimentali” utilizzati dall’attuale presidente del Consiglio per avvicinare gli italiani. Il mito messianico di attesa di un’era favolosa che si nasconde dietro l’angolo, il ricorso alla logica dell’ottimismo anche, e soprattutto, in tempi di crisi, sono questi gli ingredienti della ricetta, risultata infallibile, del leader carismatico del XXI secolo. Alla formula, per così dire storica, Berlusconi aggiunge un sistema mediatico che nessuno prima aveva mai sfruttato, o meglio, potuto sfruttare. Ecco, allora, che il leader carismatico si trasforma in leader mediatico.
Prodi, il professore. Passa alla storia politica del nostro paese per essere riuscito a sconfiggere Silvio Berlusconi alle elezioni politiche. Rimane attualmente l’unico esponente del centro sinistra che sia riuscito non solo a farlo, ma addirittura a doppiare il risultato. La storia parlamentare non gli ha concesso, finora, di esprimere appieno le sue doti personali e politiche. Il sogno prodiano rimane incompiuto, almeno per il “grande pubblico“. In estrema sintesi, lascia il centro sinistra fondamentalmente orfano di un leader e di una leadership forte e condivisa.
Questioni di leadership, dunque, ma come si diventa leader di un paese democratico? Il consenso da parte della società civile costituisce la base necessaria, imprescindibile, irrinunciabile. Tale base la si alimenta attraverso il ricorso a mezzi di comunicazione di massa capaci di realizzare un attaccamento emotivo tra vertice di potere e piattaforma di consenso. Esiste poi una fondamentale spinta storica, quella esigenza, storica, di affidare ad un leader le sorti del proprio paese.
Laddove si è in presenza di una congiuntura storica favorevole all’emergere di un leader, spesso e volentieri, questo uomo straordinario assume in sé il ruolo di leader nonostante sé stesso. Il leader incarna un’epoca, più che un partito politico.
Esistono infine momenti di crisi nei quali la classe dirigente non riesce precipuamente ad affidare le redini del potere ad un uomo riconosciuto come leader dalle masse. Questi uomini diventano leader di partito, il loro referente privilegiato diventa il Parlamento, non l’elettorato.
Alla luce di questa sintesi, Enrico Berlinguer risulta essere il più grande leader italiano del Novecento. Capace di portare il Pci al consenso più alto della storia del partito; giudicato mediocre come oratore da tribuna, esprime il meglio del suo fascino politico come conversatore televisivo; in un momento di grave crisi istituzionale, riesce a non rimanere impantanato nella disillusione dando voce alla “questione morale”. “Il più amato”, attualmente rimane il più amato. In futuro il berlusconismo potrebbe raccontarci una storia diversa, ma di questo parleranno i nostri figli.
