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Informazione e giovani

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Dal passa parola fino ai social network. L’evoluzione della comunicazione.
Una volta erano le storie che si tramandavano di strada in strada e di bocca in bocca fino ad arrivare nelle zone di campagna dove qualche mercante di passaggio le udiva e le riportava nelle tappe successive dei suoi viaggi creando così un mosaico di notizie che rimbalzavano da uno stato all’altro.
Così un tempo si tramandavano le notizie nel mondo, attraverso l’ascolto ed il passa-parola. Poi è arrivata la stampa e successivamente mezzi sempre più tecnologici fino ad oggi, dove Internet, è la rete che abbatte le distanze e permette ad ogni uomo di questo pianeta una comunicazione reale ed immediata. Viviamo in un epoca dove Internet viene candidato al premio Nobel per la pace perché divenuto un mezzo di diffusione di idee e un canale dove i fatti del mondo possono arrivare fino a noi attraverso i social networks.
In un mondo pervaso dai media costretto a fare i conti con la crisi di vendite delle testate cartacee, con il proliferare del giornalismo scomodo e più veritiero dei blog, con i social networks come Facebook e Twitter,  in grado di costruire campagne elettorali come quelle di Barack Obama e i siti informativi “fai da te”, come siamo posizionati noi in Italia?
Con che tipo di informazione si “istruiscono” i nostri giovani? Siamo al passo con il mondo o siamo il riflesso di una società lenta nell’apprendere e livellata sugli stili obsoleti del nostro paese? E poi ancora, la nostra informazione è libera?
Qualche mese fa “Reporter Sens Frontières” e la rivista “Freedom House 2009” hanno reso note le classifiche mondiali della libertà di stampa nel 2009. Nella classifica “Rsf” l’Italia si piazza al 40° posto dietro ad Ecuador, Paraguay, Cile, Benin, Sudafrica e Namibia. Diversa la posizione del nostro paese nella relazione di “Freedom House 2009″ dove l’Italia si colloca al 71° posto con Benin e Israele. In questa classifica il nostro paese è stato retrocesso per la prima volta da paese “libero” a “parzialmente libero”, unico caso in Europa occidentale. In particolare, “Freedom House” sottolinea che in Italia la libertà di stampa è riconosciuta dalla Costituzione e generalmente rispettata.
Sono dati che inequivocabilmente forniscono una risposta senza appello sullo stato di salute dei media italiani o Internet può essere una via d’uscita a questa ambiguità dell’informazione italiana? Anche i giovani italiani devono “vestirsi” da eroi e combattere questo sistema informativo ad intermittenza come già si fa in paesi non democratici? Abbiamo intervistato il giornalista Luca Sofri soffermandoci sul binomio informazione-giovani italiani e i possibili modelli verso cui le nuove generazioni possono incanalare le loro idee .
E’ possibile andare oltre al “Berlusconi comanda su tutto” o siamo davvero in una specie di regime?
“Il problema non è tanto che Berlusconi comandi su tutto (non è vero, anche se non del tutto falso): il problema è la qualità del suo comando. L’Italia è un paese in prevalenza pigro, fermo, a cui manca l’ambizione della qualità e dell’efficienza. Questo riguarda gli ambiti più diversi ma soprattutto quelli del potere tradizionale: politica, giornali, tv”. E chi sono i colpevoli di questo immobilismo del tutto italiano? “Il nostro è un paese dove c’è poca concorrenza, poco mercato e poca ricerca della qualità. La responsabilità è di tutti, non solo di Berlusconi: ma se chi ha il potere può davvero cambiare le cose, allora il potere berlusconiano è sicuramente gravissimamente responsabile di essere stato indulgente e allevatore delle peggiori cose dell’Italia di questi anni e gli italiani si sono adeguati”.
Le nuove generazioni italiane sono in grado di capire il flusso di notizie che attraversano il mondo e possiedono le capacità di destreggiarsi tra carta stampata e blog su Internet? O sono vittime della natura ferma di questo paese?
“Le nuove generazioni scontano gli stessi limiti del luogo dove crescono. Non sono stimolate abbastanza a essere migliori del paese che hanno intorno. Quei pochi giovani che ci provano hanno Internet come luogo privilegiato per ricchezza e varietà dell’offerta di informazioni”.
Può allora Internet trasmettere ai nostri giovani una voglia di cambiamento e mobilitazione come è successo in America con la campagna elettorale di Obama?
Non possiamo chiedere ai giovani italiani di crearsi da soli dei modelli, come lo è Obama, e delle ambizioni. Bisogna mostrarglieli e in Italia non lo fa più nessuno. In America c’è stato Obama e la sua figura ha dato stimolo e voglia di speranza e aderire a un progetto e Internet ne è diventato il motore”. E come possono i giovani migliorare l’informazione in Italia e usarla per sposare progetti condivisi?“ In Italia sono i vecchi a orientare le offerte di informazione. Il mercato sono loro. Perché i giovani siano protagonisti devono diventare mercato, devono diventare utenti forti di prodotti d’informazione all’altezza. Che peraltro non ci sono – salvo pochi esempi come Internazionale – e quindi è un circolo vizioso”.

Circolo vizioso o no il tema dell’informazione resta una patata bollente in Italia e così dal 27 gennaio è entrato in vigore il decreto adottato dal Parlamento italiano secondo cui è ormai obbligatoria un’autorizzazione rilasciata dal ministero italiano delle Comunicazioni per “diffondere e distribuire su internet immagini animate, accompagnate o meno dal sonoro”. Diverse le polemiche innescate. Per Nicola D’Angelo, commissario dell’autorità delle Comunicazioni, con questa norma “L’Italia diviene l’unico paese occidentale nel quale è necessaria un’autorizzazione preliminare del governo prima di utilizzare questo genere di servizi e questo aspetto costituisce un rischio per la democrazia”.
Altri puntano sul conflitto d’interessi di fronte a cui si trova Silvio Berlusconi, primo ministro italiano e proprietario della rete televisiva Mediaset. In effetti, con questa nuova legge, i siti di condivisione di filmati saranno privati degli estratti di trasmissioni diffuse sui canali del gruppo Mediaset. Mediaset ha accusato, infatti, YouTube di violazione dei diritti d’autore, citandolo per 500 milioni di euro.

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