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Il viaggio da riscoprire

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La lentezza permetteva di assaporare i paeasaggi, di riflettere sugli spostamenti.

Viaggiare è l’occasione per nuovi rapporti umani alla ricerca di una dimensione che la vita quotidiana sembra snaturare, in uno spirito di competizione e velocità frenetiche.

L’incontro è lo scopo del viaggio, la scoperta dell’altro nella sua diversità, che e’ poi la bellezza che ogni uomo ricerca, sapori odori sguardi che sono l’ambito di una comunicazione che nel nostro quotidiano ci sfugge.

Viaggiare è lentezza, e forse oggi si è un po’ persa, la lentezza: la velocità dei mezzi quasi toglie la magia di assaporare paesaggi e di maturare  lentamente.  Purtroppo i viaggi sono sempre più supersonici e i sensi durante questi spostamenti frenetici sono disorientati, incapaci di assorbire il necessario, tanto che molti viaggi rimangono nella memoria come ricordi di corse senza senso. E spesso vengono dimenticati.

La lentezza rendeva il viaggio quel travaglio interiore qual è. Il viaggio è da sempre una metafora della vita umana. Partire significa abbandonare uno stato per cercarne un altro e lasciare qualcosa di sè alla ricerca di una rinnovata identità. Come nella lingua inglese che traduce partire con “to leave”, che e’ lo stesso verbo usato per lasciare qualcosa. Partire dalla propria casa diventa quindi sinonimo di lasciare la propria casa.

Nel partire è contenuta una morte e poi una nascita, una separazione e il tentativo di congiungimento con il futuro. La partenza come abbandono del vecchio per la ricerca del nuovo è una metafora frequente della letteratura.

Partenza è dunque separazione, distacco o, se vogliamo, morte parziale. Francisco de Figueroa scriveva: ”Triste di me che parto, però non parto: che l’anima, che e’ di me la miglior parte, né partirà né parte”.

Un aspetto importante del viaggio è che perché il viaggio sia tale non basta considerare il puro spostamento che un individuo compie da un luogo all’altro, ma è necessario osservare cosa abbia alimentato il suo percorso, quale sia stato lo scambio, e leggasi comunicazione, avvenuto per strada: in altre parole, come l’esperienza del viaggio, ossia la scoperta dell’altrove, sia stata recepita e trasformata.

Scriveva il poeta inglese Ben Johnson circa il viaggio: ”questo è il buon Enea, ha attraversato il fuoco, mari, burrasche, tempeste; è partito per l’inferno, è tornato salvo indietro. Quest’uomo ha ben viaggiato”.

Viaggiare è vivere in eterno, come sembra metaforizzare parte della nostra tradizione letteraria. Raggiungere un luogo e fermarsi non significa viaggiare, è piuttosto classificabile come semplice trasferimento, cambio di residenza.

E’ invece il ritorno che completa e qualifica il viaggio, perfino nel caso estremo dell’esilio, che è per definizione un viaggio forzoso al quale viene negato il suo completamento, la possibilità di ricongiungimento finale col luogo di origine. La pena dell’esilio si chiama nostalgia, parola che contiene il ritorno e il dolore e anche questa è una metafora della vita.

Si parte sempre per ritornare, anche se la meta non coincide con il punto di partenza, ma costituisce una sorta di patria esistenziale, un “io” nascosto da ritrovare.

Non si torna per ritrovarsi nella stessa situazione di prima, si parte per cambiarsi e per rinnovarsi, ci si allontana dalle proprie abitudini per far morire una parte di sè e allo stesso tempo per permettere alla nuova di nascere. Questa è, se non altro, almeno l’illusione che anima il viaggiatore a mettersi in cammino.

Il viaggio è sovversivo, dunque, perché rompe le nostre sicurezze, le nostre certezze, le nostre conoscenze spesso monologanti. Il viaggio è un dialogo, è la comunicazione nella sua forma forse più libera ed emozionante. In una epoca in cui ci sono ormai poche Itaca da raggiungere, dove viaggiare è troppo spesso ragione di cose meschine e abbiette, penso al cosidetto turismo sessuale, non dobbiamo dimenticare che noi stiamo viaggiando ed è proprio attraverso queste piccole morti di noi e piccole rinascite che cresciamo, ci apriamo, ci riconosciamo parti del mondo cosi vario, così bello.

Quasi non esiste letteratura senza viaggio: Omero, Dante, e quanti altri se ne potrebbero citare, viaggi reali, viaggi immaginari, ma tutti ci indicano che l’uomo ha un impellente bisogno di incontro con l’altro e con l’altrove. Ci vuole quiete, osservazione e tanto amore per la scoperta e la curiosità, che sono poi le madri della conoscenza che è l’unica isola di salvezza.

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