Il legno della discordia
Conflitti ed esportazione illegale in Sierra Leone
Non è una novità che minerali e risorse naturali siano al centro di guerre. Se ne parla soprattutto in relazione all’Africa, dove diamanti e petrolio hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica e ispirato romanzi e film di grande successo. Va precisato però che non sempre una determinata risorsa è il motivo del conflitto, ma più spesso è un mezzo per alimentarlo. Un mezzo che i gruppi ribelli, i governi, i partiti utilizzano per sostenere economicamente la loro battaglia.
In molti paesi dell’Africa i più conosciuti coltan, petrolio e diamanti hanno lasciato il posto al legname, che già in passato ha finanziato vari gruppi ribelli. Fu proprio nel 2001 che le Nazioni Unite coniarono il termine “conflict timber”, traducibile in italiano con il binomio armi-legno, ad indicare in questo modo l’utilizzo del legno come mezzo di scambio per ottenere armi ed alimentare economicamente il conflitto.
I casi più significativi e documentati sono senza dubbio quelli accaduti in Liberia e in Sierra Leone. Fu proprio attraverso i fondi derivanti dal commercio del legname che il governo liberiano finanziò negli anni ‘90 alcuni attori della guerra civile in Sierra Leone. Una guerra che, durata dieci anni, ridusse la speranza di vita della popolazione a un tasso estremamente basso: 25,9 anni.
A distanza di anni, la storia sembra ripetersi oggi a Freetown e dintorni. Si tratta si un business multimilionario, portato avanti però senza criterio né riforestazione, causando quindi un taglio indiscriminato delle foreste. Nel 2006 un report dell’Unione Europea identificava il commercio del legname come la causa principale della degradazione ambientale in Sierra Leone. Stando al Ministero delle Foreste, se non si interviene subito tutti i “polmoni verdi” del Paese potrebbero scomparire entro il 2018.
Delle azioni però sarebbero state adottate in questi ultimi anni: dal 2008 è in vigore il divieto di esportazione del legname, ma viene aggirato senza troppi problemi a suon di dollari. Corruzione è la parola chiave. Il giusto contatto e la giusta mazzetta. A mettere in risalto il lato della corruzione è stato nei mesi passati un reportage di Aljazeera, che ha suscitato polemiche e addirittura attenzione da parte del Congresso degli Stati Uniti.
Nel video, vengono mostrati uomini vicini al Vice Presidente chiedere soldi in cambio di concessioni per avere una partita di legname, lasciando presumere un’ implicazione diretta del “numero 2″ del governo nel giro di mazzette. Alcuni membri del Congresso statunitense, attraverso una lettera ufficiale hanno chiesto dei chiarimenti, considerando gli aiuti che gli USA concedono alla Sierra Leone ogni anno. Il governo della Sierra Leone, di rimando, ha subito smentito qualsiasi implicazione del Vice Presidente in tale vicenda.
In un Paese in cui le foreste vergini scompaiono ad un tasso del 3.21% ogni anno, bisogna ricordare che questa risorsa naturale non è solo merce da esportazione: il legname è infatti molto richiesto dalla popolazione locale stessa, che lo utilizza per costruire le abitazioni e per cucinare. Una richiesta crescente, come in crescita è la popolazione stessa.
Da questo commercio illegale, si ricorda che non è nè lo Stato nè la popolazione a ricevere benefici: per la collettività sierraleonese ci sono solo i danni ambientali e quelli derivanti da nuove, interminabili guerre.

