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Il dibattito sulla pillola Ru486

Il Senato dà il via libera, ma solo con ricovero ospedaliero

Contrasti e incertezze sulla divulgazione e somministrazione della Ru486, ovvero la pillola abortiva. Nonostante l’Aifa avesse già indicato le modalità del suo utilizzo e ne avesse determinato la compatibilità con la legge 194 (che stabilisce i modi e i tempi dell’aborto chirurgico) i nostri ministri hanno ancora una volta indetto una tavola rotonda per accertarsi che il tutto si svolga nella conformità legislativa.

Maurizio Sacconi, ministro del Lavoro, della Salute e delle Politiche Sociali nel suo parere ha dato il via libera alla somministrazione, ma solo con ricovero ospedaliero: “Ritengo necessaria una specifica sorveglianza da parte del personale sanitario cui è demandata la corretta informazione sul trattamento – ha detto il ministro – sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative disponibili e sui possibili rischi del metodo, in particolare relativi alla eventuale richiesta di dimissioni anticipate della paziente”.

Decisione quella del ministro fortemente criticata dal Partito Democratico: “Il ministro Sacconi e il sottosegretario Roccella – ha dichiarato il capogruppo dei Democratici nella commissione Affari Sociali, Livia Turco – mettono in scena una prevaricazione mai vista della politica sulla competenza tecnica, stravolgendo la legge 194. Mi auguro – ha continuato – che l’Aifa continui a dare prova di autonomia di giudizio e respinga questa inaccettabile prepotenza”.

A far sentire la sua voce è anche l’Italia dei Valori: “L’unica cosa che ha dimostrato il voto della commissione sanità del Senato sulla Ru486 – ha detto Silvana Mura deputata dell’Idv – è che maggioranza e Governo non hanno alcun ritegno a mistificare spudoratamente e stravolgere la realtà quando questa non ha nulla a che vedere con i loro furori ideologici di novelli talebani”.

Intanto sono già molti gli ospedali che usano il farmaco comprandolo all’estero attraverso le farmacie interne dato che nonostante le svariate approvazioni la pillola abortiva in Italia non può ancora essere venduta. Si tratta di un farmaco sin dalla nascita destinato a dividere il Continente europeo fino al suo inserimento nella lista dei farmaci essenziali da parte dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) nel 2006.

Apparsa circa 20 anni fa in Francia la Ru486 è oggi diffusa in quasi tutto il globo terrestre. Ad usarla sono infatti l’Austria, il Belgio, la Danimarca, la Svezia, la Norvegia, l’Estonia e la Lettonia. E ancora la Finlandia, l’Ucraina, la Germania, il Lussemburgo, i Paesi Bassi, Spagna, Svizzera e Grecia. Tutti Paesi in cui una donna può decidere di interrompere la gravidanza adottando il farmaco in alternativa all’intervento chirurgico, sebbene con modalità diverse da Paese a Paese.

A spiegare come funziona il farmaco della discordia (come viene chiamato da molti) ci pensa Giorgio Vittori, presidente della Società italiana di Ginecologia e ostetricia: “L’aborto farmacologico è un’opzione non chirurgica per le donne che intendono interrompere la gravidanza entro la settima settimana. Il farmaco somministrato si chiama mifepristone e agisce sul progesterone, un ormone che favorisce e assicura il mantenimento della gravidanza per le sue diverse azioni sulle strutture uterine, bloccandone l’azione”.

Per aumentare l’efficacia della molecolacontinua Vittori – serve un’altra sostanza: la prostaglandina. L’associazione dei due farmaci rappresenta la modalità più diffusa per l’induzione dell’aborto medico ed è stata inserita nell’elenco dei farmaci essenziali per la salute riproduttiva dall’Oms. L’espulsione del materiale abortivo avviene grazie al sanguinamento e contrazioni: come se si avesse il ciclo mestruale”.

Ma ad avere dubbi sugli effetti che la somministrazione del farmaco potrebbe provocare alla salute delle donne è il presidente dei senatori del Pdl Maurizio Gasparri che ha bloccato insieme agli altri ministri presenti in commissione la commercializzazione della Ru486.

A puntare il dito contro questo giro di vite estremo è il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani: “E’ giusto vedere se ci siano tecniche meno invasive. Questo lo deve capire l’Istituto superiore di sanità o l’Agenzia del farmaco, ma non mi pare che il Parlamento debba mettersi a fare il dottore. La questione non è – conclude Bersani – aborto sì o aborto no, ma aborto come, ed è giusto vedere se ci siano tecniche meno invasive, ma se mi si dice che si semplifica troppo, allora chiedo se la prevenzione sia sofferenza”.

Guerra tra bande ancora aperta. C’è da sperare solo che nello scontro a fuoco nessuno resti ferito.

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